Man Ray e Kiki: quando l’amore vale milioni di dollari

C’era una volta un artista esuberante ed eclettico, fantasioso e sagace, in compagnia di una donna dalla pelle eterea, ma incredibilmente carnale. Nelle narici, il pungente odore di caffè caldo che, da una minuscola tazzina poggiata sulla superficie piana di un tavolino traballante, si vaporizza nella nube di fumo che sempre appannava la visuale nel bistrot parigino La Rotonde.  

Alice Prin, meglio conosciuta come Kiki de Montparnasse, volteggiava tra le strade di Montmartre e le sale dei locali notturni, dove danzava il can-can, ostentando grandi abilità di ballerina e indubbie doti seduttive. Fu una delle flapper girls più apprezzate della Parigi ruggente, porto insicuro di artisti viziosi, alcuni affermati da anni, altri emergenti. Tra questi ultimi, Man Ray figurò come esponente della rivista dadaista 291, destreggiandosi in forme d’arte disparate: dalla pittura cubista, si addentrò nella selva dello scandalistico Dadaismo, per poi studiare nuove tecniche creative ispirate alla fotografia e alla cinematografia. 

La sfrontatezza della Reine de Montmartre, smussata dall’armonia delle sottili particolarità del suo volto, resero quel galeotto caffè il punto d’inizio di una relazione artistico-amorosa che persistette per sei anni. 

NELL’OCCHIO DELL’OBIETTIVO

Al colpo di fulmine che si accese nel bistrot della capitale francese, seguì un rendez-vous passionale che sancì l’esordio del ruolo di Kiki come musa ispiratrice. Le fonti rivelano che, in quel pomeriggio, la passione travolse i due amanti, tanto che i due non furono capaci di scattare alcuna fotografia. Una tenerezza segmentata da botte e urla reciproche, schiaffi disinibiti e frammenti di bottiglie di alcolici, nervosamente ingoiate a ritmo di flash e pose sensuali. 

Di questi tragicomici scenari, rimangono i prodotti: conturbanti frangenti di tempo, congelati nel calore del lampo che, dall’obiettivo della fotocamera, mise in risalto luci e ombre di un corpo estremamente attraente.  

Man Ray, Le Violon d’Ingres (1924)

Fonte immagine: La Repubblica

LE VIOLON D’INGRES 

Il carnet di opere attribuite all’Uomo raggio, che vedono la Regina Kiki come soggetto principale, è ricco di erotismo, potere e perversione. Tutti tratti che rimandano all’opera più famosa di questa coppia folle: Le violon d’Ingres.  

1924, Parigi. Le spalle di Alice sono rivolte verso gli occhi di Man Ray che, giocando con l’oscurità dell’ambiente, traccia una precisa e sinuosa linea, congiungendo ogni punto perimetrale del dorso della modella. È un’immagine sfrontata, così come il nudo che non lascia intendere nemmeno la profilazione delle morbide natiche visibili, timidamente adagiate su di un drappo abbandonato alla superficie d’appoggio.  

A impreziosire il soggetto, appaiono solo un orecchino pendente, un turbante, chiaro richiamo alla Bagnante di Valpincon, opera attribuita all’artista neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres, e le “effe” ricalcate in corrispondenza della vita.  

LA CHIAVE DI LETTURA 

Lo scatto surrealista sovrappone alla schiena glabra di Kiki la cassa del violoncello d’Ingres, artista ottocentesco che, oltre a dipingere per professione, si dedicò con dedizione allo studio di tale strumento. Esso appare, pertanto, come un chiaro omaggio al pittore che incuriosì il fotografo in maniera tale da suggerirgli un’opera tanto geniale, quanto incomprensibile. 

I frutti artistici del Surrealismo, a partire dal capostipite André Breton, sono svincolati dagli schemi della realtà razionale e sensoriale. Essi raffigurano tematiche oniriche, nell’ottica di rifiuto di ogni regola stilistica e di promozione della libera espressione artistica e della libera interpretazione dei fruitori. Le violon d’Ingres venne alla luce secondo lo stesso pensiero surrealista e ne riproduce il leitmotiv a suon di violoncello. 

AL MIGLIOR OFFERENTE! 

Nel 1962, l’opera venne venduta direttamente da Man Ray ai coniugi Jacobs, che la conservarono nella collezione privata, e l’opera non fu più oggetto di contese con altri acquirenti.  

Nel mese di maggio, tuttavia, la famosa fotografia sarà battuta all’asta dalla Christie’s Art Finance, a New York. Le stime prevedono l’accreditabile probabilità che Le violon d’Ingres possa divenire l’opera più cara mai venduta a un’asta, con un prezzo compreso tra i 5 ed i 7 milioni di dollari, battendo così il record sancito da Reno II, dipinto di Andreas Gursky (1999), aggiudicato per 4,3 milioni di dollari. 

Non ci resta che aspettare l’esito del potenziale primato di uno scatto che racchiude in sé genio e follia dell’artista-creatore e l’eterna sfrontatezza della Regina di Montmartre. Quello che resta, certo, è che l’unione di tali personalità ha prodotto il concepimento di grandi capolavori, dal pregio sorprendente: un amore artistico e di certo “valoroso”, nel vero senso della parola! 

Alessia Congiu

Fonte immagine copertina: Galerìa Oscar en fotos, Man Ray

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