Stefano Avalis: il ritrattista che conquista proprio tutti (anche Gianni Morandi!)


Stefano e io ci siamo conosciuti a Torino nel 2019, quando io vivevo lì per studiare e lui, osaschese di adozione, lavorava come apprendista in uno studio di tatuaggi del centro. Mi ha sempre parlato della sua passione per l’arte, ho visto alcune delle sue opere e le ho trovate bellissime fin da subito. Ho potuto ammirare la sua passione, la sua meticolosità, la sua attenzione per i dettagli che traspare in ogni singolo lavoro, compreso uno che porto sempre con me, un tatuaggio. 
Sapevo, quindi, che artista straordinario fosse. Recentemente, per fortuna, anche il resto del mondo lo sta scoprendo. Dai complimenti di Gianni Morandi e Nek fino al World Fashion Festival di Dubai, passando per una pedalata dal Papa: ecco Stefano, la sua arte e le sue avventure. 

Ultimamente tanti artisti famosi si stanno interessando alla tua arte. Com’è ricevere apprezzamenti da questi grandi personaggi?


Sicuramente è una grande soddisfazione, soprattutto essere riconosciuti e apprezzati da artisti del genere, come Gianni Morandi, che ha condiviso il mio dipinto sul suo profilo Instagram: un artista del suo calibro non è semplice da raggiungere, quindi se apprezza la tua arte significa che sei sulla strada giusta.

Gianni Agnelli – dipinto di Stefano Avalis

Qual è stato il percorso che ti ha portato a dipingere, anche a livello scolastico? 

La mano per l’arte è una cosa di famiglia: anche mia nonna dipingeva e veniva chiamata la Pittrice delle Rose. Io disegnavo soprattutto con mia mamma, principalmente personaggi dei fumetti o dei cartoni animati. Quando avevo 10 anni ho avuto un incidente che mi ha tenuto 14 giorni in coma e subito dopo è mancata anche mia mamma, a causa di una brutta malattia. Da lì ho smesso di disegnare, non avevo più motivazione per continuare. Poi, verso i 18 anni, ho ripreso con la realizzazione di ritratti motivato dalla mia famiglia e da un caro amico. Ho capito che mi piaceva riprendere, adoravo il ritratto, quindi ho scelto di frequentare l’accademia Comics a Torino. In quei tre anni ho scoperto l’olio su tela, ed è stato amore al primo dipinto. 

Parlando di tecnica, quale preferisci usare e perché? 

Adoro l’olio su tela perché ci si può soffermare a lungo sui dettagli grazie all’asciugatura molto lenta, che permette di perfezionare i dipinti per giorni. Quando sono stato a Dubai ho girato veramente molte gallerie e ho scoperto che lì va molto la pop art. Al mio ritorno ho cominciato a realizzare opere più semplici, in bianco e nero, più veloci e con l’acrilico, come gli ultimi che sto facendo (ndr. ritratti di Jovanotti, Gianni Morandi, Eros Ramazzotti). Vedo che sono molto apprezzati dal pubblico, e anche a me piace molto crearli.
In ogni caso il mio cuore appartiene all’olio su tela, e in particolare al mio primo olio su tela, Einstein. Per me sarà sempre il mio dipinto migliore. Lo avevo cominciato ancora in accademia, la professoressa ci aveva fatto scegliere un soggetto e io ho scelto lo scienziato perché è una figura che mi ispira molto. Ci ho messo più di due mesi per realizzarlo e da quel momento mi sono innamorato di questa tecnica. Il primo olio su tela non si scorda mai, e questo dipinto in particolare mi ha portato anche parecchia fortuna: è stato un trampolino di lancio per la mia carriera. 

Albert Einstein – dipinto di Stefano Avalis

Questo dipinto lo hai portato anche a Dubai, in occasione del World fashion festival, in cui hai anche vinto il premio come miglior artista. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.


Il World Fashion Festival di Dubai è un evento principalmente di moda ma ci sono anche una quindicina di artisti che espongono le loro opere, ed io ero tra questi. 
L’evento l’ho conosciuto grazie a una mia amica, Silvia Actis Perino, disegnatrice di abiti torinese che ha anche vinto il premio come miglior abito. A Marzo 2021 me ne aveva parlato quasi per caso e mi aveva chiesto se fossi interessato a partecipare, così ho colto al volo l’opportunità, visto che mio fratello abita proprio a Dubai, e ho realizzato sei opere. Da inizio marzo fino alla fine dell’estate sono stato chiuso in casa a dipingere: l’evento è stato una miccia che mi ha acceso, anche emotivamente. Esporre i miei quadri in un contesto internazionale, e vincere, è stato un sogno realizzato. 

Il Covid, in un modo o nell’altro, ha impattato le vite di tutti. Anche la tua arte ne è stata in qualche modo influenzata?


Durante il primo periodo del Covid, non potendo uscire di casa, ho avuto molto tempo per sperimentare nuove tecniche. Passato il lockdown, Massimo Gioscia (ndr. Esperto di arte e comunicazione) mi ha dato l’opportunità di esporre le mie opere all’ex teatro Macario di Torino, una location abbandonata da 17 anni. Per tutto il resto dell’anno, quindi, ho dipinto ed esposto lì dentro, però a causa del Covid e della paura dei contagi entrava pochissima gente. Nello stesso periodo, inoltre, ho potuto realizzare alcuni quadri che sono stati messi all’asta per l’ospedale di Saluzzo e che sono stati acquistati dopo poco. L’anno scorso, poi, come ho già accennato, ho passato davvero molto tempo chiuso in casa per realizzare le opere per Dubai. Tutto sommato questo periodo di Covid è stato abbastanza positivo per la mia carriera artistica. 

Che cosa vorresti esprimere con la tua arte? 


Molti sostengono che i ritratti siano obsoleti, anacronistici: si potrebbe usare una fotografia per immortalare un momento, invece che un dipinto. Io, invece, vorrei far passare il messaggio che anche il ritratto è in grado di esprimere e suscitare emozioni. Vorrei che fosse riconosciuta la bellezza che una mano può creare. 

Ti va di raccontarci alcuni momenti significativi che ti sono successi in ambito artistico?


Un momento sicuramente fondamentale, per me, è stato quando sono andato in bicicletta dal Papa. Era il 2016 e un giorno sono andato in bicicletta dal mio paese (Osasco) fino a Noli, in Liguria: 150 km in un giorno senza essere un ciclista. Allora ho pensato che se ero arrivato fin lì avrei potuto spingermi più lontano. Sono tornato a casa, ho fatto un ritratto del Papa e ho deciso di portarglielo. Mi sono preparato anche fisicamente e sono partito: ero seguito virtualmente dal mio coach della palestra e dopo cinque giorni sono arrivato a Roma. Sono restato sveglio tutta la notte per aspettare l’udienza con Papa Francesco. Una notte avevo anche continuato a pedalare, senza fermarmi per dormire, perché pensavo che sarei arrivato in ritardo. Alla fine il Papa l’ho visto, il ritratto l’ho lasciato a un cardinale e non so se sia mai arrivato al Pontefice. Mi piace pensare, però, che l’abbia appeso, magari in bagno (ride). Non sono partito per motivi religiosi, ho scelto di fare quest’avventura per staccare la spina dal mondo, per ispirarmi.
Una cosa che secondo me è significativa, ma in negativo, è quando le persone non apprezzano l’arte, nel senso che non riescono a darle il giusto valore. Non lo dico solo per me, ma più per tutti gli artisti e, in particolare, i ritrattisti: essendosi la mia una forma d’arte non molto popolare, in pochi si fanno fare i ritratti e in ancor meno si specializzano in ciò. Spesso i clienti non riescono a comprendere che il valore non è legato solo all’opera in sé ma anche a tutte le ore passate a studiare anatomia, a fare pratica, a trovare i materiali migliori. La realizzazione di un lavoro del genere è legato strettamente a tutta la preparazione che avviene prima, per riuscire a soddisfare al meglio tutte le richieste. 

Ora che hai realizzato il sogno di Dubai, hai altri obiettivi a cui punti?


Per ora il mio prossimo obiettivo è cercare di essere coinvolto nell’Eurovision, che nel 2022 sarà a Torino: mi piacerebbe realizzare i ritratti dei cantanti in gara e dei presentatori e poi, chissà, magari vederli usati per qualche pubblicità. Esporre in un contesto del genere è complicato ma deve essere davvero una soddisfazione immensa. Io, intanto, continuerò dritto per la mia strada fatta di colori, fogli e tele. 

Beatrice Segato

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