Le guerre nel mondo

La guerra è tornata in Europa.

Il 24 Febbraio 2022, il giorno in cui l’esercito russo ha invaso l’Ucraina, probabilmente diventerà, per tutti noi, una di quelle date in cui, negli anni a venire, ci si chiede “ma tu dov’eri quando hai sentito questa notizia? Cosa stavi facendo? Cosa hai pensato?”. Ci fa impressione sapere che così vicino a noi c’è gente che combatte per il proprio Paese, che cerca in qualsiasi modo di salvarsi la vita. Sui social siamo costantemente alla ricerca di aggiornamenti, guardiamo video con ragazzi come noi che invece che sbuffare per le fatiche dell’università, gioire delle loro amicizie, prendersi un aperitivo in centro, imbracciano armi, fabbricano molotov, curano compagni feriti. Bambini che invece di giocare liberi nei parchi, dormono tutti stretti l’un l’altro nella metropolitana o peggio, imbracciano fucili. Mamme che cuciono il gruppo sanguigno dei loro figli sui loro vestiti. Uomini, ragazzi, padri, figli, che salutano in lacrime le loro famiglie perché non possono lasciare il Paese ma devono andare a combattere. Sembra tutto così surreale e distante dalla nostra realtà. Per fortuna moltissimi Paesi si stanno mobilitando per mandare aiuti agli ucraini e anche la società civile sta facendo molto: tra donazioni, invio di materiale di prima necessità, mobilitazioni cittadine e ospitalità ai profughi, l’umanità risplende di solidarietà come non mai. 
C’è però una nota stonata in tutto questo. Agli altri profughi che arrivano, quelli definiti da qualche politico come “profughi non veri, birichini che arrivano sui barconi”, chi ci pensa? Gli aiuti per le altre guerre in corso, chi li manda? 

Secondo International Crisi Groupun’organizzazione indipendente che monitora lo stato dei conflitti a livello mondiale, solo nel 2020 sono morte 81447 persone a causa della guerra, e più di 82,4 milioni sono sfollate. 
Inoltre sul portale Guerre nel Mondo è possibile leggere la lunga lista di conflitti armati che stanno avvenendo in questo momento nel mondo. In particolare, ci sono 70 Paesi attivamente coinvolti in operazioni di guerra e 869 tra milizie armate e gruppi territoristi-separatisti-anarchici. Ci sono anche 47 territori o regioni che stanno lottando per l’indipendenza. 
Questi numeri così allarmanti mostrano una situazione di profonda instabilità globale che non deve essere oscurata dall’inquietante vicinanza della guerra in Ucraina. 
Alcuni di questi conflitti si stanno protraendo da anni e anni, e chi non è riuscito o non ha voluto lasciare la propria terra ha dovuto reimparare una nuova vita, fatta di difficoltà, incertezza, paura ma anche resistenza. Secondo ACLED, Armed Conflict Location & Event Data, un’organizzazione no profit che colleziona dati, analizza e mappa le crisi armate, ci sono altri 10 conflitti armati di cui preoccuparsi nel 2020. Questi sono stati selezionati non solo per il fatto di essere “hotspot”, punti caldi, ma anche perché nel corso del 2021 hanno vissuto dei cambiamenti spesso preoccupanti riguardo le dinamiche di conflitto e le modalità della violenza. I primi 5 conflitti sono i seguenti.

Etiopia

Dal 2020 è in corso una guerra civile tra le forze militari e il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai-Tplf. Questo conflitto ha assunto le connotazioni di un vero e proprio scontro etnico contro la popolazione tigrina, con le truppe governative che impediscono il rifornimento di cibo e aiuti nella regione assediata e il rischio per oltre 6 milioni di persone di morire di fame. Inoltre, secondo Amnesty International, i profughi che scappano dalla regione verso il Sudan sono oltre 60mila. 

Yemen

Quella in Yemen è la crisi umanitaria più grave mai registrata. La guerra, iniziata nel 2014 come scontro tra ribelli houti e forze governative, si inserisce ora all’interno di quei conflitti interetnici, tra sunniti e sciiti, che, a causa dell’intervento di stati come l’Arabia Saudita e l’Iran, hanno devastato la penisola arabica. Le vittime, anche in questo caso, sono perlopiù civili: a oggi ci sono oltre 380 mila vittime, il 70% della popolazione ha urgente bisogno di aiuti umanitari e ci sono oltre 4 milioni di sfollati. Inoltre proprio a marzo la comunità internazionale dovrà rinnovare il suo impegno negli aiuti umanitari, con il rischio che essi vengano ridotti, lasciando 8 delle 20 milioni di persone senza cibo.

Sahel

I conflitti nei territori di Mali, Burkina Faso e Niger sono dovuti principalmente dalla presenza di decine di gruppi armati di ispirazione jihadista. Solo nel 2021 sono morte 5720 persone e, dall’inizio dei conflitti, oltre 2,5 milioni hanno perso la loro casa e sono sfollati. Oltre alle guerre, le popolazioni del Sahel sono minacciate dal rapidissimo aumento delle temperature, 1,5 volte più velocemente rispetto alla media globale, dalla pandemia di Covid-19 e dalla povertà estrema. 

Nigeria

Anche in questo grande e popoloso stato africano la situazione è allarmante: da più di un decennio assistiamo a un’escalation della violenza protratta dal gruppo islamista di Boko Haram che ha causato circa 32 mila vittime e 1,8 milioni di sfollati. Questi gruppi compiono attentati suicidi nei luoghi comuni più affollati come mercati, scuole e campi profughi, con l’intento di costituire uno stato islamico nel nord della Nigeria.

Afghanistan

Qui la guerra è finita il 31 agosto 2021, con la sconfitta degli americani e la presa di potere dei talebani. La popolazione però continua a soffrire e a morire. Dal 2011, in Afghanistan, ci sono state 170 mila vittime civili e più di 3,5 milioni di sfollati. Ora, sotto il governo dei talebani, la situazione già grave sta peggiorando ancora: secondo un rapporto dell’ONU negli ultimi sei mesi sono state uccise quasi 400 persone e almeno 4 milioni di bambini sono malnutriti.

In conclusione, è giusto preoccuparsi e aiutare i cittadini ucraini in questo momento così spaventoso della storia, ma è nostro dovere aprire gli occhi su tutte le altre guerre, su tutte le altre persone che stanno soffrendo e che sono degne di ricevere aiuti tanto quanto quelle che “ci assomigliano”. Non scordiamoci di chi è già stato dimenticato troppo a lungo.  

Beatrice Segato

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