Photo dump: verso una nuova estetica social 

Photo dump, termine inglese che letteralmente significa “discarica di foto”, ovvero una serie di immagini o brevi video che danno l’impressione di esser stati pubblicati quasi per sbaglio, direttamente dal rullino del cellulare. Si tratta di foto zoomate, sgranate, pixelate, senza un’apparente connessione logica tra loro, che da qualche tempo sono le protagoniste indiscusse dei feed Instagram, e non solo. Ma facciamo un passo indietro.

Nel 2017 Instagram introduce una nuova funzionalità, lo slide show, conosciuto dagli addetti ai lavori anche come “carosello”, ovvero una sequenza di dieci foto o video condivisi dagli utenti in un singolo post a scorrimento. Da subito alcuni creator vedono in questa funzione una modalità creativa per postare infografiche, ma – almeno in un primo momento – il suo utilizzo non sembra decollare. 

Fino al 2021, l’estate del photo dumping per eccellenza. Dopo un periodo di reclusione dettato dalle restrizioni sanitarie, si torna finalmente a vivere: si esce di nuovo, si viaggia, si partecipa agli eventi… Ci si ritrova così a caricare su Instagram slide show di immagini dei momenti trascorsi, in un rituale simile a ciò che un tempo avveniva con gli album di Facebook.

Clorinda Sgromo, influencer marketing manager, nel suo interessante podcast a tema social media ,afferma che ciò che rende i photo dump così efficaci è la loro autenticità, il fatto che sembrino offrire uno sguardo immediato al rullino foto di chi li posta, senza filtri, pose, né ricerca cromatica o visiva. È ovvio però che questo tipo di anti-estetica è a sua volta frutto di una precisa scelta estetica, e tutto ciò – come il resto delle cose che avvengono online – è ovviamente una performance, un gioco di identità. Rendersene conto è il primo passo per capire a fondo il fenomeno.

Oggi si potrebbe dire che i photo dumps siano diventati troppo curati? Troppo forzati? Un commento online riassume bene la questione: “It’s trying too hard to not be a try hard”.

I social media da vetrina a diario

È evidente che il photo dumping sia una delle eredità della pandemia. Ciò che ha infatti accelerato questi contenuti unfiltered e (almeno in apparenza) autentici sono proprio le restrizioni sanitarie, che hanno determinato un congelamento dei momenti speciali da condividere. In mancanza di altro, la quotidianità è diventata fonte da cui attingere per la spettacolarizzazione della propria vita.

Fino a qualche anno fa il canone dell’instagrammabile e la ricerca spasmodica dell’Instagram opportunity portava a feed attentamente studiati, molto curati e simili tra loro. Oggi, dagli highlights di una vita spettacolarizzata si è passati alla pubblicazione di contenuti più intimi e quotidiani. In questo senso il profilo diventa una sorta di diario e le foto postate un modo per documentare e fissare quei momenti così normali e, forse proprio per questo, speciali. Questa nuova estetica social, all’apparenza naturale e spontanea, cela però al suo interno anche delle insidie. Vediamo perché.

Un casual Instagram non così casuale

In primo luogo, il photo dumping può essere pericoloso perché porta il patinato in una dimensione più intima. Nel passaggio dal Performative al Casual Instagram, si instilla nei followers l’idea che la vita di alcune persone sia perfetta, senza (apparenti) sforzi per farla apparire tale.

Prima, vedendo una foto “da influencer” sapevamo che c’era un certo impegno dietro la realizzazione del post; dunque era normale che la nostra vita – e il nostro feed, che potremmo quasi considerare come un’estensione della stessa – non avesse quell’aspetto. Nel photo dumping invece si rischia di sentirsi ancora più inadeguati, perché non si trovano nel rullino abbastanza momenti finti-spontanei da inserire in quel carosello di 10 foto. Cambia l’ideale a cui tendere, ma non la frustrazione nel rincorrerlo

Come fa notare Clorinda Sgromo, è importante rendersi conto che partecipare a questo “gioco” del casual Instagram è un privilegio. Così come lo è scrivere di queste cose; il fatto stesso di potersi soffermare in modo autocritico e aprire il dialogo a questi argomenti è un privilegio. Esserne consapevoli e grati ci restituisce il potere di partecipare attivamente a queste dinamiche, riappropriandoci dell’azione del condividere.

È evidente quindi che anche i photo dumps, all’apparenza così immediati, siano in realtà strategici e richiedano uno studio dietro. Ma non potrebbe essere altrimenti: non si può far parte dei social media senza essere performativi. I social sottostanno alle media logic: hanno le loro regole e noi vi partecipiamo, e così i photo dump rispettano i canoni “instagrammabili”  nel  momento stesso in cui li negano. Questo anti-posting si muove all’interno di un ecosistema mediale, lo sappiamo tutti, eppure è come se sui social avvenisse una sorta di “sospensione dell’incredulità”.

Una nuova (anti)estetica della quotidianità?

Stilisticamente il photo dumping è un esperimento interessante, perché la selezione delle foto da postare di per sé tradisce una certa estetica, un proprio gusto e stile personale.

L’aspetto più domestico viene anche premiato dagli algoritmi con un tasso di engagement maggiore. L’autenticità colpisce, genera interazione e reaction, e le piattaforme incoraggiano la condivisione di questi contenuti anti-estetici, come se si trattasse di un’evoluzione del “A cosa stai pensando?” delle bacheche Facebook di qualche anno fa. Questo strumento di falsa modestia si inserisce inoltre in un momento in cui ci stiamo sempre più spostando verso social come TikTok, ricchi di contenuti dotati di uno stile più personale e diretto.

Se il photo dumping sia una tendenza destinata a resistere agli aggiornamenti delle piattaforme lo scopriremo nei prossimi mesi. Come si suol dire, ai post l’ardua sentenza.

Rebecca Boazzo

© Immagine di copertina: Gijs van den berg | Installazione “24 HRS in Photos” di Erik Kessels 

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