Migrazione e verità silenti. Bani Walid tra lucro e torture

Uno scatolone di sabbia: così venne definita la Libia dopo la sua riduzione a colonia italiana sotto il governo giolittiano (1911-1912). Vittime, atti vessatori e violenze furono scagliate contro una popolazione strenuamente organizzata alla difesa della propria patria, violata da machiavelliani processi di assoggettamento. Un trascorso coloniale articolato che vince la barriera della trasparenza, in un mimetico gioco di vedo, non vedo che mira a seppellire i tuttora persistenti risvolti del legame tra Italia e Libia.

Ma quali sono questi legami? Che cosa succede oggi in Libia?

IL CONFINE TRA VITA E MORTE

Lo Stato della Libia ha attirato le mire espansionistiche italiane sin dagli esordi dello scorso secolo per l’indiscussa collocazione strategica. Affacciato, infatti, sul Mediterraneo, questo territorio funge da raccordo tra i numerosi Paesi che attorniano un mare geograficamente quieto, ma brulicante di memorie storiche e di vite che tuttora vi galleggiano e lo attraversano. Quelle acque, leggendariamente solcate dall’imbarcazione dello scaltro Odisseo e che si incresparono a suon di cannonate provenienti da imponenti galeoni, sono le stesse che ogni giorno accolgono cuori palpitanti di speranza su vacillanti barconi diretti verso terre accoglienti. Sono vite reduci da tratte migratorie disumanizzanti, di cui poco si conosce ma che molto incidono su ogni essere umano in quanto tale.

Il riverbero del calore si propaga sulla sabbia di uno scenario desertico: tutto inizia con la travagliata traversata del deserto del Sahara. Frustate, interminabili ore di viaggio stipati in scomode camionette fruibili solo pagando il giusto prezzo, impossibilità di fuga, stupri e sudore si uniscono al sale delle lacrime di intere carovane.

Ad ogni confine sono richiesti soldi, averi o prestazioni personali come pegno per proseguire il cammino verso i punti di raccolta costieri.

La Libia si contraddistingue per la copiosa presenza di centri adibiti a tal fine, oniricamente immaginati dagli sfollanti come siti di preventiva salvezza. La realtà che si dipinge sugli occhi di chi vi assiste, tuttavia, turba il sollievo percepito in quei sogni che alleviavano ore di vivo dolore.

BANI WALID

Tra i molti centri di contenimento di vite umane in Libia, spicca quello di Bani Walid, una cittadella situata a Sud-Est di Tripoli, nella regione nota come Tripolitania.

Un capannone, ospitante circa seicento individui, troneggia al centro di un cortile percorso da uomini libici armati e circondato, a sua volta, da una cinta muraria che impedisce di captare con esattezza i fatti commessi al suo interno. La sola via di conoscenza degli eventi, che fanno del centro una vera e propria fabbrica delle torture, sono le chiamate ed i materiali multimediali utilizzati per mettere in contatto la vittima con la famiglia. Durante la messa in opera delle aggressioni, infatti, i sequestratori trasmettono in diretta la situazione ai congiunti, con lo scopo di ottenere cospicui riscatti e consentire, consequenzialmente, l’imbarco delle persone contenute.

A rendere ancora più chiaro ed accreditato l’elevato grado di violazione dei diritti umani all’interno del lager (perché di questo si tratta) è il caso Matammud Osman. L’uomo, di provenienza somala, aveva a lungo aggredito gruppi di uomini, donne e bambini, portandone 13 alla morte, nel centro di Bani Walid e fu riconosciuto a Milano da un gruppo di vittime che aveva trattato con estrema disumanità. La Corte d’Assise di Milano lo condannò, così, il 10 ottobre 2017, come colpevole in sentenza immediata, costringendolo all’ergastolo.

Matammud non fu l’unico a prender parte attiva a trattamenti simili, ed oggigiorno gruppi di persone a mano armata continuano ad attuare stupri e violenze fisiche di natura diversificata: bastonate e percosse, scariche elettriche, materiali plastici fusi sulla pelle umana e atrocità le cui modalità valicano di molto il concetto di crudeltà.

Ogni notte, l’hangar viene blindato così da impedire l’evacuazione degli internati, forzati a vivere in condizioni di totale anti-igiene, nel terrore. Dirette testimonianze riportano descrizioni scioccanti e racconti di latrine strabordanti e di larve tra le coperte, nonché storie di donne violentate sotto l’occhio di chiunque e di urla provenienti dalle stanze delle torture, esterne al capannone.

L’ITALIA FINANZIA QUESTE REALTÀ

I legami tra Italia e Libia vanno ben oltre la relazione coloniale avviata dal Governo Giolitti.

Omertoso innanzi a continui processi di danneggiamento dei diritti umani in Libia e, più in generale, nei centri nevralgici di migranti sulle coste africane, lo Stato italiano ha rinnovato il Memorandum Italia-Libia (28 luglio 2021), pattuito durante il Governo Gentiloni nel 2017.

Il documento menzionato fu il risultato di un accordo tra l’allora Premier Paolo Gentiloni ed il Capo Governo di riconciliazione dello Stato della Libia, Fayez Mustapa Serraj, circa il contenimento del fenomeno migratorio. Con esso, l’Italia si rifà all’articolo 19 del Trattato di Amicizia e Cooperazione sancito dal Premier dell’epoca Silvio Berlusconi e Muammar El Gheddafi a Bengasi, il 30 agosto 2008, improntato verso il reciproco contrasto al terrorismo e all’immigrazione clandestina. Un intento raggiungibile con lo stanziamento di denaro tratto dai fondi italiani (50%) ed europei (la restante metà), diretto alla Libia, come fonte di acquisto per armi destinate alla Guardia costiera ed alle milizie locali che gestiscono il traffico dei migranti.

Un Memorandum che induce l’Italia al pensiero di rispedire i barconi verso le coste di partenza per risolvere i problemi al loro Paese, senza menzionare o ricordarsi che nel loro Paese, i trattamenti previsti sono quelli connessi alle realtà di Bani Walid e simili. Il passato coloniale si riflette nello specchio delle torbide acque del presente, che lasciano sperare in un’auspicabile recisione del patto risalente al 2017 e in un aumento di interessi umani, più che economici.

Alessia Congiu

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...