E tu? Ti tatueresti mai un brand?

I tatuaggi ormai da molto tempo fanno parte delle nostre vite. Siamo abituati ad averli e a vederli sugli altri: alcuni con significati particolari e personali, altri con fini estetici. Una delle ultime frontiere del tatuaggio però è lo skinvertising, che è esattamente quello che dice la parola stessa: un tatuaggio a scopo di marketing. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, le persone che si tatuano il nome o il logo di un brand non lo fanno per fedeltà verso il brand stesso, ma per ottenere qualcosa in cambio.

Uno dei primi ad utilizzare il tatuaggio come strumento di pubblicità creativa fu Philip Airosa. Uno studente svedese con difficoltà economiche, che decise di vendere la superficie della sua pelle per 1.000 dollari al centimetro quadrato. Qualsiasi marchio lo volesse, poteva comprare uno “spazio” in cui Philip si sarebbe tatuato il logo o l’indirizzo web del brand in questione.
Il principale esponente però è Joe Tamargo. Egli, infatti, ha il corpo e il viso interamente coperti di marchi, tra i tatuaggi ne troviamo anche alcuni di siti web che ormai non esistono più.

Nel 2012 un famoso brand americano di indumenti, la Marc Ecko Enterprises, offrì il venti per cento di sconto a tutti coloro che avessero deciso di tatuarsi uno dei suoi due marchi iconici, scaricabili dal sito. Unica condizione: il disegno doveva essere solo uno, in quanto l’offerta non era cumulabile.

Credits: https://losbuffo.com/2018/03/09/advising-tattoo-tatuaggio-diventa-business/

Nel 2014 anche Reebok decise di entrare a far parte di questo mondo. Con lo slogan “Pain is temporary. Reebok is forever” decise di offrire seimila dollari a chi si fosse tatuato in maniera soddisfacente il nuovo logo sul proprio corpo. Ci furono otto candidati alla competizione, che ebbe luogo durante il Tough Viking di Stoccolma – la più grande gara di corsa ad ostacoli nordeuropea. La vincitrice, Camilla Nilsson, con un grande tatuaggio sulla coscia si aggiudicò la sponsorship per un anno.

Credits: https://www.insidemarketing.it/brand-tatuato-marchio-sulla-pelle/

Non sempre però le ragioni che spingono a prendere la decisione di tatuarsi riguardano solo l’ottenere sconti e offerte. C’è chi lo fa per ragioni identitarie e più personali, connesse alla capacità del brand di associarsi a determinati valori o lifestyle. Un esempio lampante è quello delle numerose persone che decidono di tatuarsi il logo della Harley Davidson, che comunica uno stile di vita ben specifico e un senso di comunità molto forte. Si parla in questi casi di “Brand-Extended Self Construal”, per riferirsi alla tendenza dei consumatori di richiamare marche che gli piacciono per costruire la propria identità.

Sono presenti però esempi molto più virtuosi di tattoo advertising. Un’associazione francese per la donazione di organi, la France Addot, ha creato un tatuaggio omofobo ricucito, con lo scopo di spingere anche le persone peggiori a diventare “better persons”, donando gli organi.

Infine, anche Greenpeace ha utilizzato i tatuaggi, in particolare quelli giapponesi, per cercare di mettere in discussione le tradizioni più discutibili di questo paese. In collaborazione con Leo Burnett, ha cercato di illustrare l’orrore della caccia alle balene. La frase della campagna recitava: “Non tutte le tradizioni meritano di essere preservate. Poniamo fine alla caccia alle balene in Giappone“.

Credits: https://www.ninjamarketing.it/2013/02/01/tattoo-e-advertising-quando-la-pubblicita-e-per-sempre/

Crediti immagine di copertina: ProtoplasmaKid (modificata)

Natasha Asunis

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