L’incredibile vita di Mario Bertolotti

Storia di un’articolo e di «Alice che si rifiutò di restare donna»

Questo articolo è una scatola cinese, perché al suo interno si trova un altro articolo e dentro questo la storia di un uomo che nacque con il nome di Maria Alice Bertolotti.

Le righe che stai per leggere parlano di persone transgender ma anche di passioni, inganni, tradimenti e motociclette. Una miscela insolita che vi travolgerà nell’incredibile vita di una persona fuori dal comune.

La smetta di fare commedie e si metta una sottana!

La mattina del 24 maggio 1951, l’aria è particolarmente frizzante ad Alessandria. Enrico Roda si accende un sigaro, dopo aver bevuto il suo consueto caffè amaro al Bar Teatro, e sfoglia l’ultimo numero di Oggi. Scartabella le pagine fino a trovare proprio quello che stava cercando: l’immagine di un ragazzo. Sembra un tipo in gamba, magro, occhialuto, con bel sorriso accattivante, le mani in tasca e la schiena dritta. La didascalia recita: «Maria Alice Bertolotti nei suoi consueti abiti maschili. L’uomo-donna si trova attualmente in carcere con l’accusa di aver estorto del danaro ad una signora vedova, che la considerava come suo fidanzato». Roda rilegge soddisfatto quell’articolo di cui è autore, e solleva per un attimo lo sguardo riflettendo su quella storia assurda che lui stesso ha raccontato.

«Si trova in questo momento nelle prigioni di Alessandria, sotto l’accusa di aver estorto del danaro ad una signora di Castellazzo Bormida, una certa Maria Alice Bertolotti. La faccenda sarebbe piuttosto banale se la protagonista della vicenda, cioè la Bertolotti, non portasse i pantaloni, non sostenesse di essere un uomo e non avesse dato in ismanie quando il giudice istruttore che la stava interrogando le disse, in un momento d’impazienza: “La smetta di fare commedie e si metta una sottana come tutte le altre donne“. In attesa che la perizia medica definisca la strana posizione della detenuta e che dall’istruttoria risulti o meno la sua colpevolezza, si può far conto che Maria Alice appartenga al sesso femminile». Questo l’incipit dell’articolo sopracitato, da cui già si evince una poca cura del linguaggio nel rispetto della comunità LGBTQIA+. Ma d’altronde cosa si pretende da un’epoca in cui i pochi sussurri che chiedevano l’accettazione degli omosessuali erano zittiti dai nuovi esperti di sessuologia, che consideravano l’omosessualità una malattia curabile attraverso attività fisica e copulazione con prostitute? Questo linguaggio grottesco e il tono paternalistico e sghignazzante perdurano per tutto l’articolo, che di fatto racconta una storia strabiliante.

Il centauro rubacuori

Ben prima di quel processo raccontato da Roda su Oggi, la vita di Mario (nome che aveva scelto dopo aver lasciato il paese natio in provincia di Mantova, Suzzara) presenta già elementi a dir poco peculiari. Appena adolescente, Mario si unisce a una gang, e in quegli anni entra a far parte del mondo del motociclismo acrobatico, abilità che gli frutta un lavoro di qualche anno in un circo itinerante.

Trascorre molto tempo in questo mondo pittoresco e per dodici anni dà prova del suo coraggio in sella alla sua motocicletta. Ma la guerra si mette in mezzo: un giorno, mentre passeggia per le vie di Verona, una pattuglia tedesca lo ferma per il controllo dei documenti. Il soldato basito osserva la sua carta d’identità, e poi lui, e poi di nuovo la sua carta d’identità: anche se non si tratta di un tipico nome germanico, il militare sa bene che “Maria Alice” non è un nome maschile. Eppure quello davanti a lui è un ragazzo senza alcun dubbio. Sospettato di false generalità, Mario viene arrestato e spedito in un campo di concentramento a Vienna.

In quel periodo il nostro protagonista è fidanzato con una donna, che ha conosciuto qualche anno prima in una circostanza particolare: una sera, per le strade di Brescia, l’ha letteralmente salvata da una violenza di gruppo. Nell’articolo quest’episodio è completamente edulcorato, descritto così: «una sera di quel 1935, a Brescia, quattro individui sotto l’eccitazione provocata dal giorno della festa cittadina e dall’aspetto di una giovane donna che sembrava annoiarsi, si erano permessi nei suoi confronti qualche manifestazione di galanteria un po’ troppo audace». Quando Mario viene internato, la fidanzata riesce ad ottenere un lavoro nell’ambasciata italiana della capitale austriaca, così da stargli vicino. Dopo questo periodo funesto la coppia di trasferisce ad Alessandria e Mario intraprende la carriera di assicuratore. L’amata fidanzata si mostra nuovamente devota quando, anni dopo, quest’ultimo è accusato di aver estorto denaro alla vedova di Castellazzo Bormida, come si legge dall’incipit sopra.

Uomo o donna non importa, ma fatelo uscire di prigione!

La vedova di Castellazzo Bormida era una donna che vestiva sempre di nero, dai capelli argentei e la stabilità mentale alquanto dubbia. Aveva ereditato dal marito una cospicua somma che le permetteva di vivere nell’agio, il che era noto a tutti gli abitanti della provincia. Per questo motivo, quando la vedova si procura una ferita durante la trebbiatura, Mario coglie la palla al balzo, prodigandosi come eccellente assicuratore, ed inizia un rapporto lavorativo che si trasforma ben presto in una relazione… platonica. La vedova, infatti, lo chiama il suo “fidanzato”, ma pare che i due non si siano mai scambiati neanche un bacio, complice la fedeltà di Mario nei confronti della sua amata. Tuttavia, al prodigioso assicuratore e alla sua fidanzata, i prestiti che la vedova elargisce fanno sicuramente comodo.

Non si sa chi abbia denunciato Mario per estorsione, sicuramente non la vedova, che a quanto dice Roda «a queste notizie si ribellò: disse che non poteva credere a quanto le si diceva, parlò di una congiura ordita ai suoi danni e il risultato fu che la credettero pazza». Inoltre, sebbene dovesse costituirsi parte civile al processo, inneggiava contro i giudici al suon di «uomo o donna non importa, ma fatelo uscire di prigione!».

Il tutto nell’articolo del 1951 sembra una barzelletta paternalistica, ma l’incredibile storia di Mario Bertolotti è tutt’altro che invenzione.

Le passing women

Mario Bertolotti è da molti definito un passing woman, termine storiografico per indicare chi in passato nasceva con un sesso biologico femminile e decideva di vivere la propria vita vestendosi e atteggiandosi secondo gli stereotipi maschili dell’epoca. Negli anni ’50 il termine è entrato a far parte del gergo statunitense, per poi essere utilizzato nei testi storici dei gay & lesbian studies negli anni ’60 e ’80. Oggi, è stato totalmente surclassato da altri vocaboli più specifici, diffusi dal movimento LGBTQIA+.

Un fatto interessante riguarda l’etimologia del termine passing women: passing era una parola utilizzata per definire una persona mulatta, nata dunque da padre o madre caucasica e padre o madre afro. Il/la nascitur*, a causa dei suoi marcati tratti caucasici “passava” per persona bianca. Allo stesso modo, si riteneva che le passing women sfruttassero i loro atteggiamenti e abiti maschili per “passare” per uomini.

Il travestitismo femminile ha avuto grande diffusione soprattutto in Nord Europa tra il XVII e XVIII secolo. Il fenomeno si è diffuso nell’immaginario collettivo soprattutto attraverso la figura della donna martire che si traveste da uomo per partecipare ai conflitti, una sorta di Mulan europea che si batte per valori come il patriottismo o la religione. Sotto questo ultimo aspetto, è emblematico il celebre caso di Giovanna D’Arco, che tuttavia contrappone la figura di personaggio cristiano con l’aspra condanna che la Bibbia fa al travestitismo nel Deuteronomio: «La donna non si metta addosso abito da uomo, né l’uomo si vesta con abiti da donna, perché chiunque fa tali cose è in abominio presso il Signore, Iddio tuo».

Caterina Vizzani (1718-1743), che visse sotto un’identità maschile la sua vita da adulto (wikipink.org)

All’inizio del XX secolo, la legislazione statunitense contro il travestitismo si fece più severa, ma negli anni ’30 e Quaranta il fenomeno subì un’evoluzione: emerse una specifica distinzione tra la donna lesbica e mascolina, la butch, e il transessuale f-t-m, che si identifica nel genere maschile e a volte si sottopone a chirurgia e cure ormonali per avvicinare il più possibile il suo aspetto fisico alle caratteristiche che sono socialmente attribuite alla sua identità di genere.

In Italia la questione delle passing women è stata, ovviamente, a lungo ostracizzata dalla Chiesa. Curioso è però il caso della “sbraia” calabrese: si tratta di una figura femminile che, in caso di decesso o assenza del capofamiglia, ne assume le veci e il vestiario. A tale figura viene inoltre socialmente concesso di avere una compagna. In questo caso la comunità accetta e riconosce il passaggio di identità della donna per questioni di necessità.

Il caso delle passing women rimane piuttosto indefinibile e intraducibile nei termini moderni adottati dalla comunità LGBTQIA+, soprattutto a causa della moltitudine di ragioni che, come abbiamo visto, spingevano le donne a travestirsi. Si poteva trattare di questioni riguardanti l’identità di genere ma non solo: alcune indossavano abiti maschili per accedere a determinate professioni precluse alle donne, per poter seguire il marito in guerra oppure come mezzo di trasgressione rispetto ai ruoli di genere.

Purtroppo, poco ci resta riguardo la storia di queste donne, molte delle quali furono riconosciute come passing women solo dopo la morte. Un curioso alone di mistero circonderà per sempre le loro storie, lasciandoci comunque memori del fatto che non solo in tempi moderni, ma anche in passato, l’identità delle persone si è mossa e si muove attraverso una moltitudine di sfumature diverse.

Caterina Malanetto

Crediti immagine di copertina: wikipink.org

Fonti: giovannidallorto.com, wikipink.org, il podcast Prima di Sara Poma (di cui consigliamo vivamente l’ascolto).

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