Mind the Gap: parlare di femminismo

Nei giorni dal 6 all’8 maggio, a Torino, si è tenuta la seconda edizione del festival Mind the Gap, dedicato al tema del femminismo intersezionale. Il ciclo di incontri, organizzati tra il Circolo dei Lettori, l’Off Topic e il Campus Luigi Einaudi, sono stati ideati dall’associazione The Goodness factory, che ha partecipato alla direzione artistica insieme a Giulia Muscatelli, Elena Miglietti e Simona Bonito; alla realizzazione del Festival hanno poi collaborato anche il Circolo dei Lettori, il CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere dell’Università di Torino) e il Fronte del Borgo della Scuola Holden. Tantissimi i temi toccati dal ciclo di incontri, ognuno riguardante uno specifico aspetto del femminismo: dall’economia, all’ambiente, alla comunicazione mediatica. Durante tutto il weekend, inoltre, è stato aperto presso l’Off Topic uno sportello antiviolenza gestito dal Centro Clinico Psicologia Torino e l’evento è stato anche l’occasione per presentare la raccolta firme organizzata da Torino Città Per Le Donne, che chiede l’introduzione di una legge regionale che tenga conto dell’equilibrio di genere nella rappresentanza. 

In questo articolo ripercorreremo i momenti clou di due di questi incontri: “Parliamo di donne!” e “Parole, Rappresentazioni, Normatività: dal sessismo linguistico al linguaggio inclusivo”. 

Parliamo di donne!

Venerdì sera, nella Sala Grande del Circolo dei Lettori, si è ufficialmente aperto il Festival Mind The Gap con l’incontro Parliamo di donne!, che ha visto la partecipazione di Levante, cantautrice e scrittrice, e Mauro Berruto, ex CT della Nazionale maschile di pallavolo e responsabile delle politiche sportive del PD. Durante il dialogo i due hanno parlato di sport e di musica, intrecciando i loro mondi al femminismo. Berruto ha spiegato come, nonostante la pallavolo sia prevalentemente uno sport femminile (in Italia sono 400 mila le tesserate, mentre solo 100 mila i tesserati), Presidenti e allenatori siano invece quasi tutti uomini, a evidenziare una sproporzione di genere nella classe dirigente. Anche nella musica non sono poche le difficoltà che, secondo Levante, le cantautrici devono affrontare, in particolare una molto più serrata competizione rispetto al parallelo mondo maschile, e una più minuziosa attenzione all’estetica. Levante ha raccontato, poi, la genesi di uno dei suoi pezzi più famosi, Gesù Cristo sono io, ispirato dalla storia di Tiziana Cantone, suicidatasi a 33 anni dopo essere stata vittima di cyberbullismo e revenge porn.

Confessa che sei il demonio nella testa

Che mi trascina sempre giù

Confessa

Che il paradiso non mi spetta

Che non mi sono genuflessa

Che non mi sono genuflessa

Che da te risorgo anch’io

“Gesù Cristo sono io”, Levante

L’incontro si conclude, infine, con la storia del salvataggio, nel quale è stato coinvolto lo stesso Berruto, di un gruppo di ragazze afghane che in patria praticavano ciclismo e calcio: dal momento della caduta di Kabul, i talebani hanno infatti impedito alle donne di fare sport, per evitare di esporre parti del corpo femminile e perché considerato attività non necessaria. Le sportive hanno quindi trovato una casa qui in Italia, ospitate da team ciclistici e calcistici, condannate però a rimanere costantemente in contatto con chi, invece, dalla guerra non è riuscito a fuggire.

Parole, Rappresentazioni, Normatività: dal sessismo linguistico al linguaggio inclusivo

La conferenza, moderata da Manuela Manera del CIRSDe e tenutasi presso il Campus Luigi Einaudi, aveva come focus il linguaggio inclusivo, ma con varie sfumature.  
L’incontro è iniziato parlando di politicamente corretto, grazie all’intervento “Il dito e la luna. Il politicamente corretto tra mito e realtà” di Federico Faloppa, professore di Italian Studies e di Linguistica presso il dipartimento di Languages and Cultures dell’Università di Reading. Attraverso la presentazione, il Professore ha ripercorso la storia di questa espressione, collocandola infine ai giorni nostri: se fino a qualche decennio fa il termine politicamente corretto era utilizzato prevalentemente dal campo politico progressista, con un’accezione positiva, adesso è invece più facile sentir parlare di “dittatura del politicamente corretto” (con il classico “non si può più dire niente”), il tutto ovviamente, urlato dalle prime pagine delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Il secondo topic riguardava le microaggressioni, ed è stato affrontato da Ethan Bonali, attivista trans non binario, nell’intervento dal titolo “L’emersione imprevista delle identità trans* e la cultura egemone: rendere visibile la violenza delle parole”. Con le parole si può fare male, per questo parlare di linguaggio è essenziale. Le microaggressioni sono comportamenti e situazioni che, prevalentemente attraverso il linguaggio, creano un ambiente ostile per determinate persone e possono avere conseguenze gravi sulla salute mentale delle vittime: anche i cartelli delle toilette, ad esempio, possono costituire una microaggressione per una persona trans. Spesso, dietro a questi comportamenti, non c’è volontà di perpetrare una violenza, ma solo ignoranza e inconsapevolezza: per questo è necessario creare una coscienza comune della diversità per insegnare ad approcciarsi a questa senza fare del male.  

Il terzo intervento, “Elogio del margine linguistico: questioni di genere in italiano tra norma e uso”, riguarda invece l’uso del linguaggio nella cultura, soprattutto popolare: ne parla Vera Gheno, sociolinguista e ricercatrice presso l’Università di Firenze. Il linguaggio è potere: è proprio attraverso l’espressione che intere categorie possono essere marginalizzate dal discorso pubblico, rimanere escluse dalla società, che nel nostro caso è profondamente iniqua. La ragione per cui ce ne stiamo accorgendo ora è che grazie ad internet e alla globalizzazione è sempre più facile venire a contatto con la diversità e la cultura pop ce lo dimostra, ad esempio tramite serie TV come Sex Education o Euphoria che, a modo loro, insegnano cos’è l’inclusività. Il problema non è ovviamente solo il linguaggio, ma ciò che questo esprime nella società: “Il maschile sovraesteso si potrà utilizzare solo quando le questioni di genere non saranno più un problema”. 

L’ultimo intervento, “Attraversare il binario: sfide traduttive fra creatività e compromesso” di Martina del Romano, traduttrice e attivista transfemminista queer, ci ha portato a scoprire il mondo delle traduzioni, un lavoro che si scontra ogni giorno con il linguaggio e i suoi problemi. Grazie ad alcuni esempi di libri tradotti dall’inglese, il pubblico ha avuto modo di vedere messi in pratica gli stratagemmi utilizzati per riportare anche in italiano linguaggi inclusivi e non binari. Il linguaggio, infatti, è una scelta, e anche se non ci sono soluzioni perfette, ricercare parole e strumenti per non escludere determinate categorie a priori è non solo possibile, ma anche giusto e necessario

Marta Fornacini

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