Essere figli di Sex Workers: da Stromae a Romain Gary

‘’In un paese immaginario, lo Stato organizza i funerali di una defunta sex worker’’

Stromae

Inizia così il video ufficiale della canzone Fils de joie di Stromae, quarto singolo del suo nuovo album Multitude, dove vengono messe a nudo le complessità dei nostri tempi: dalla solitudine, ai problemi della convivenza, fino ad arrivare alla superbia con cui vengono trattati i lavoratori che garantiscono il benessere di tutti. Tra quest’ultimi ricoprono un ruolo fondamentale le  sex workers, lavoro di cui facciamo ancora fatica a parlare senza pregiudizi. L’artista è ben cosciente della loro difficile situazione e questo brano vuole essere un vero e proprio tributo ai loro meriti. Nel videoclip, i funerali della donna avvengono in pompa magna, tra parate militari e omaggi dalla comunità, il feretro della defunta è elevato sulla piazza, ben visibile a tutti. I probemi delle lavoratrici, invece, aumentati con la pandemia, rimangono invisibili ai nostri occhi.

Screen dal videoclip Fils de joie di Stromae  (2022)

Nonostante sia difficile trovare questo argomento al centro del dibatto pubblico, sembra però più facile esprimere un giudizio affrettato al riguardo, come sottolinea la canzone stessa. Non è mai la prostituta a parlare in prima persona,  bensì tutti coloro che ci hanno avuto a che fare: dal cliente abituale, al prosseneta, al poliziotto. Tutti e tre non nascondono il loro disprezzo verso la donna, nonostante l’abbiano corteggiata e utilizzata per soddisfare i loro bisogni.

Nel ritornello però, una voce si erge in sua difesa: è quella del figlio, che celebra e riconosce gli sforzi della madre. Le sue fatiche l’hanno resa un’eroina, ma purtroppo solo ai suoi occhi, perché per tutti gli altri, guidati dall’indifferenza, la donna non è che un mero oggetto.

Quello del figlio è il punto di vista centrale nella canzone, che infatti nasce dalle testimonianze di tre figli di sex workers intervenuti nel programma TV francese Ça commence aujourd’hui  di Faustine Bollaert, d’ispirazione per l’artista belga. Nonostante siano molto diverse, le storie hanno la stessa conclusione: tutti e tre gli intervistati dimostrano una solidarietà, generosità e comprensione verso le proprie madri senza eguali. Nessuno di loro nutre alcun risentimento nei loro confronti, anzi, solo profondo e sincero orgoglio, avendo ben capito le battaglie che hanno dovuto combattere. Il dettaglio che stupisce di più è che non serbano nessun rancore né verso i prosseneti, ma neanche verso chi negli anni ha insultato, stigmatizzato e denigrato loro quotidianamente.

Illustrazione di Manuele Fior per La vita davanti a sé (Neri Pozza,2018)

Il rispetto e l’amore incondizionato per la figura materna che traspaiono nella canzone e, soprattutto, dalle testimonianze del sopracitato programma, riecheggiano nel romanzo La vita davanti a sé di Romain Gary (pubblicato sotto lo pseudonimo di Émile Ajar nel 1975). Il protagonista è Momò, ragazzino arabo della periferia parigina che cresce nella casa di Madame Rosa, anziana prostituta sopravvissuta ad Auschwitz, che accoglie i figli delle colleghe, seppur illegalmente. Di Madame Rosa, Momò coglie tutte le imperfezioni, che però ai suoi occhi la rendono unica, necessaria, un vero e proprio punto di riferimento. L’affetto tra i due è lo stesso che unisce madre e figlio: è un amore puro, disinteressato, genuino ed eterno, che si concretizza nelle parole di uno degli intervistati del programma francese. Egli dichiara di sapere di essere l’unico uomo che potrà dare alla madre un amore vero, senza secondi fini e che è proprio questo forte sentimento che ha protetto entrambi dalle costanti ingiurie subite. Tutte queste storie, che a primo impatto potrebbero sembrare drammatiche, sono in realtà racconti pieni di speranza, che insegnano che nella vita, per concludere con le parole di Momò, ‘’bisogna voler bene’’.

Maël Bertotto  

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