La democrazia greca ha realizzato i suoi propositi? Eva Cantarella al Festival Internazionale dell’Economia

Il Festival Internazionale dell’Economia, tenutosi a Torino tra il 31 maggio e il 5 giugno, ha visto come sue protagoniste la digitalizzazione, l’innovazione e la sostenibilità. A tempo stesso, però, sul palco sono approdati anche temi come quello della meritocrazia, parità di genere e democrazia.

A parlarne, tra i numerosissimi ospiti, è stata anche Eva Cantarella, storica del mondo antico, giurista e saggista dalla carriera brillante, tra una cattedra all’Università di Milano e una in veste di visiting professor a quella di New York. Il suo intervento al Festival si è tenuto il primo giugno al Teatro Carignano, moderato e introdotto da Marco Vacchetti, professore di letteratura italiana e latina presso il liceo Massimo D’Azeglio.

Eva Cantarella, storica, sociologa e giurista

Quand’è nata la democrazia?

Eva Cantarella si sofferma in modo approfondito sulla storia di Atene. Una scelta che non è dovuta solo al suo amore per la storia del popolo ellenico, ma alla possibilità di estendere il concetto ateniese di democrazia sia alle altre realtà greche, sia a quelle romane, che da secoli la nostra società prende ciecamente come esempio di virtù e uguaglianza.

«La democrazia è nata con la Grecia, ma la Grecia non è nata democratica» esordisce la studiosa: la democrazia è sorta invece in concomitanza alle poleis, le cosiddette città-stato nate a partire dall’VIII sec. a.C., realtà locali e autonome che si distinguevano le une dalle altre per leggi, politiche militari e, addirittura, divinità. Germogliate dopo la caduta delle popolazioni della Grecia micenea, tra il 1400 e il 1200 a.C, erano state il frutto di una riorganizzazione strutturale della società, che si era riunita in modo frammentato in comunità più ristrette e non più sottoposte a un’autorità superiore. E così, per quanto si tenda a considerare l’antica Grecia come una sola grande unità, è bene ricordare che allora era solo un territorio su una mappa, non uno Stato, e che non era assolutamente presente un unico governatore.

Democrazia tra uguaglianza e diversità

Oggi i concetti di democrazia e uguaglianza proseguono di pari passo: lo testimonia l’articolo 3 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Da secoli si è instillata nella coscienza sociale occidentale l’idea che l’esempio più virtuoso e celebre di democrazia sia quello della Grecia antica, tanto da proporre, nel corso degli anni, leggi e riforme che mirano ad imitare un simile modello: partecipazione diretta del popolo, incarichi pubblici assegnati con sorteggi e via discorrendo.

La provocazione di Eva Cantarella, però, mette in dubbio queste certezze: ma nel mondo ellenico democrazia e uguaglianza erano la stessa cosa? La risposta della storica è secca e sincera: no.

Ulisse acceca Polifemo, Pellegrino Tibaldi (1554)

Durante il suo intervento la studiosa ribadisce quanto fosse importante la diversità per i greci: i diversi non potevano vantare né la stessa considerazione né gli stessi diritti degli altri, perché la loro natura differente li rendeva inferiori. E che cos’è, dunque, che rende diversi?

Uno degli esempi più lampanti, portato sul palco del Carignano, è la vicenda di Ulisse e Polifemo narrata nell’Odissea. È indubbio che l’intento della storia sia quello di rappresentare il ciclope come un esempio di inciviltà e degrado, benché a scandalizzare il lettore moderno siano le sue innumerevoli caratteristiche negative, tra cui spiccano il cannibalismo e la mancanza di una coscienza politica. Quello che infatti rende Polifemo un diverso, per la civiltà greca, è il fatto che egli non partecipi a un’assemblea cittadina.

Cosa rende i greci diversi, uguali tra loro e superiori agli altri? Il fatto che loro siano una polis, chi non appartiene alle polis è necessariamente inferiore.

Eva Cantarella

Il pubblico di Pericle nel 430 a.C.: tutt’altro che cittadini ateniesi

La maggioranza degli accademici concorda nel far coincidere il governo di Pericle con l’apice della democrazia ateniese: tutti i cittadini maschi maggiorenni avevano diritto di parola nell’ecclesia, l’assemblea della polis. Non era raro, quindi, che queste persone avessero una certa dimestichezza e che, talvolta, potessero esercitare poteri legislativi e giudiziari.

Il celeberrimo discorso pronunciato da Pericle nel 430 a.C., a un anno dallo scoppio della guerra del Peloponneso, è considerato ancora oggi un capolavoro di retorica. Eva Cantarella, però, lo analizza sotto una luce diversa: il continuo uso della prima persona plurale – la nostra città, la nostra democrazia – vuole trasformare il lutto e il dolore del suo pubblico di Atene in un senso di orgoglio e rivalsa, ma solo una piccola frazione dei suoi spettatori è davvero formata da cittadini. Tra le loro fila la studiosa individua tre categorie di individui senza cittadinanza: gli schiavi, le donne e i meteci.

Statua di Pericle

Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensí di una cerchia piú vasta

dall’Encomio di Pericle, La Guerra del Peloponneso, Tucidide

Lo schiavo è diverso perché chi appartiene a un’altra persona non è libero per natura (Aristotele, Politica): una considerazione della libertà fortemente essenzialista. È un mezzo e strumento del padrone, nonché il vero capitale del mondo antico, la forza lavoro su cui si basa l’intera società, come fa notare Vacchetti durante il suo intervento introduttivo.

La donna non è esclusa completamente dalla cittadinanza, ha infatti capacità nel diritto privato ma non nel pubblico: condizione giustificata sempre dalla natura  (Artistotele, Politica), che vede il maschio adatto per il comando e la donna comandata a causa di una minore e imperfetta capacità di logos.

Il meteco era lo straniero che viveva stabilmente ad Atene ed è qui che risiede la sua diversità generalmente figura ricca e di grande rilevanza sociale e culturale (erano meteci Lisia ed Aristotele). L’economia ateniese si basava soprattutto sull’attività commerciale dei meteci, ma era loro precluso il diritto di possedere terre, sposare donne ateniesi e partecipare a processi.

È possibile definire come democrazia tale sistema?

Questa domanda lascia spazio a un dibattito ancora aperto, nel quale Eva Cantarella sposa la posizione dell’autorevole autore francese Paul Veyne, secondo cui la cittadinanza antica è una militanza: grazie allo sfruttamento di schiavi e meteci ad Atene a Sparta si parla ad esempio degli elotei – i cittadini potevano dedicarsi ad altro ed esercitare la cosiddetta militanza, che si concretizzava con l’assunzione di cariche pubbliche. Un discorso simile potrebbe essere applicato alla Roma antica, parimerito basata sullo sfruttamento di un’ingente frazione della popolazione incapace sia nel diritto pubblico che privato.

La democrazia antica, dice Eva Cantarella, è concepibile come tale solo attraverso uno sguardo più storico e lucido, ma mai attraverso occhi moderni. Questo ideale mitizzato dai nostri contemporanei non ha mai raggiunto i propositi che oggi noi attribuiamo a un apparato democratico, tra cui l’uguaglianza, nemmeno al suo apice.
Eppure la democrazia antica, per quanto primitiva, costituisce ancora oggi uno dei traguardi fondamentali della società tradizionale.

Rebecca Isabel Siri

crediti foto: filosofi lungo l’oglio, azione tradizionale, qyrano.altervista.org

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