Pride Month: cosa rispondere ai fautori del “è solo una carnevalata”

Come ogni anno, in prossimità del mese di giugno, un Anti-Pride un mattino si sveglia e decide di esclamare a gran voce “il Pride è una carnevalata”, “sono loro che si ghettizzano”, oppure ancora ”facciamo anche gli Etero-pride”, cercando consensi tra i suoi interlocutori.

Se anche tu spesso vieni colta/o alla sprovvista da questo tipo di affermazioni, in questo articolo troverai le istruzioni per rispondere a tono a coloro che esprimono il loro disappunto per il Pride e le sue modalità, senza comprenderne il significato.

La prima e più banale risposta al perché di questa manifestazione la troviamo nel semplice fatto che un diritto non è mai acquisito per sempre, e che la legge si spinge sempre e solo fino a un certo punto.

Perché quindi il Pride? Perché chiaramente c’è ancora molto lavoro da fare: se da un lato, per esempio, oggi in Italia due persone dello stesso sesso si possono unire legalmente e civilmente in una unione simile a quella del matrimonio (anche se, non dimentichiamolo, i diritti e doveri sanciti dal legame non sono gli stessi), dall’altro l’espressione sessuale delle soggettività non conformi è ancora molto attaccata (non esiste peraltro una legge contro l’omofobia).

Non si tratta, dunque, di scendere in campo solamente per richiedere diritti e libertà legislative, ma anche una libera manifestazione sociale e culturale, che spesso non va di pari passo con la legge.

Non bisogna inoltre scordare che non si manifesta solo per se stessi, ma anche per tutte quelle persone LGBTQIA+ sparse per il mondo che vengono escluse, punite, torturate e allontanate dalla società per il semplice motivo di aver espresso la propria personalità in maniera diversa.

Per di più, lo scopo dei Pride è anche quello di unire le persone (qualunque sia il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere) nella lotta per i diritti, e favorire la crescita di una fitta rete tra i diversi movimenti politici. Avere un sostegno pubblico che sia ampio e trasversale è indispensabile: non è infatti necessario essere gay per sostenere le unioni civili, così come non è necessario essere una donna per richiedere maggiori iniziative sociali contro la cultura dello stupro.

Coloro che accusano alcuni partecipanti dei Pride di “mettersi eccessivamente in mostra”  durante le parate non tengono conto del fatto che le persone eterosessuali mettono in mostra la loro eterosessualità 365 giorni l’anno, ogni ora e in ogni parte del mondo, senza sentirsi mai minacciate.

L’eterosessualità è la norma, il metro con cui si misura ogni cosa; che non esista un etero-pride risulta quindi decisamente scontato.

Se poi ci si ferma per un istante a pensare a cosa può voler dire per una persona LGBTQIA+ marciare esprimendo liberamente chi è, chi ama e ciò che desidera, senza paura di essere giudicata o ancor peggio allontanata; se ci si interroga su quello che può provare un adolescente che sa di non essere eterosessuale, ma non vuole confidarlo a causa delle dichiarazioni che sente nel contesto in cui vive; insomma, se si riesce a comprendere il trauma emotivo e sociale legato a tutti questi momenti della vita, allora si può cogliere l’essenza di queste manifestazioni annuali in ogni parte del globo.

Su Internet sono moltissime le testimonianze di persone che hanno raccontato quanto aver visto la comunità LGBTQIA+ protagonista nelle strade durante le manifestazioni le abbia aiutate a superare le paure: risulta quindi comprensibile come una semplice parata possa significare molto soprattutto per le persone che vi partecipano.

E per finire, tornando al discorso del “mettersi eccessivamente in mostra”, parliamoci chiaro: la nudità non è mai un problema quando in tv vengono trasmesse immagini e video di donne in intimo, magari durante il carnevale di Rio de Janeiro, come non lo sono uomini come Mahmood e Damiano dei Maneskin che sfilano con crop top o pantaloni super attillati.

La critica alla nudità e all’eccessiva messa in mostra solo ed esclusivamente nel determinato contesto del Pride non è quindi onesta e sincera verso il fatto in sé, ma unicamente verso la sostanza della questione.

Martina Rosso

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