I pugni in tasca: un’opera giovanile

Con I pugni in tasca nel 1965 Marco Bellocchio segna il suo esordio alla regia di un lungometraggio: quest’opera prima è l’espressione più limpida degli elementi costitutivi della poetica del cinema di Bellocchio, il primo esempio di quella ‘sotterranea inquietudine’ di cui parla il regista Paolo Sorrentino nel suo discorso tenuto durante il 74° Festival di Cannes, in occasione della Palma d’Oro di cui è stato insignito il regista piacentino: un’inquietudine veicolata attraverso una precisione formale e una consapevolezza dello strumento filmico in grado di sintetizzare la complessità del reale e delle relazioni umane all’interno di un contesto storicamente definito come quello ante ’68.

I pugni in tasca inquadra, con un distacco quasi analitico, la decadenza di una famiglia della borghesia provinciale piacentina, i cui membri sono prigionieri di un ambiente domestico claustrofobico e di diversi disturbi psicofisici che impediscono loro di conformarsi con il modello di normalità della società borghese a cui aspirano. È presente una ridefinizione dei legami del nucleo tradizionale familiare, visti sotto un’ottica di soffocamento dell’individuo, e una rappresentazione dei legami tra la famiglia come origine e prodotto della società e la società stessa che la contiene. Il film, infatti, si gioca sulla costruzione di questa dialettica tra la sfera domestica e la sfera sociale: il microcosmo familiare, relegato agli ambienti chiusi della casa, i cui tratti claustrofobici vengono esaltati per contrasto dalla chiara insofferenza dei personaggi che la abitano, si oppone ai pochi frammenti di un mondo esterno, idealizzato nella mente dei protagonisti come dimensione a cui aspirare. Tali frammenti emergono da brevissime sequenze e da accenni dei personaggi.

La vicenda portata in luce ne I pugni in tasca è immersa nelle atmosfere dell’Appennino piacentino, intrise di lugubri presagi e di un senso di ineluttabilità, sottolineati ulteriormente dalla fotografia, caratterizzata da marcati contrasti di luci e ombre. Quest’atmosfera funerea sembra governare le azioni dei personaggi, che paiono mosse proprio da un miscuglio vitale di fatale predestinazione e di tentativi di esercizio del proprio libero arbitrio: i componenti della famiglia agiscono in risposta sia a un misterioso e imperscrutabile imperativo interiore che alle oppressioni delle costrizioni costituite dall’ambiente circostante. Un ambiente che va da quello più ristretto, rappresentato dalla dimensione domestica, fino a quello più ampio della società, collocata al di fuori della sfera familiare, che nonostante questo apparente distacco ne reca la profonda impronta e influenza. Non un netto rifiuto della dimensione esterna rappresentata dalla società borghese dunque, bensì un dialogo fortemente conflittuale con essa, il cui potenziale eversivo diventa autodistruzione nel momento in cui i personaggi cercano di entrare a farne parte.

Un altro dei punti di forza del film risiede proprio nella costruzione dei personaggi e nell’interagire della loro interiorità con l’ambiente di riferimento: a partire dalla madre cieca e Leone, uno dei tre fratelli, che sono non solo rassegnati ma ormai inglobati dagli angoscianti meccanismi del microsistema familiare, fino ad Augusto, apparentemente integrato nella società borghese e sfuggito alle dinamiche stagnanti e soffocanti della palude domestica (seppur non totalmente). Due personaggi che, invece, si collocano in una zona intermedia, invischiati nella sfera domestica provinciale di cui, seppur in modi diversi, rigettano l’appartenenza attraverso una forte aspirazione e tensione verso il mondo esterno, sono Giulia e Alessandro. Giulia, che cerca di riportare Augusto nella sfera familiare cercando di sabotare i suoi tentativi di matrimonio per bene con la fidanzata Lucia, mossa da un sentimento ambiguo nei confronti del fratello, e Alessandro, il fratello minore con cui Giulia ha un rapporto morboso, quasi incestuoso.

Alessandro è il personaggio più interessante e che apporta il valore maggiore alla narrazione filmica: l’interpretazione di Lou Castel rivela l’irrequietezza e l’insofferenza del personaggio all’ambiente in cui si ritrova rinchiuso attraverso una gestualità e un’espressività nervosa, agitata, sopra le righe. Quest’ultima esprime anche la ‘distorta e funebre coscienza’ che Moravia attribuisce ad Alessandro ritenendolo l’aspetto più originale del suo personaggio.

Alessandro è l’incarnazione della ribellione adolescenziale e dell’impulso alla trasgressione, modulati però attraverso il registro della malattia mentale e dell’esasperazione di una situazione al limite, priva di ogni via di uscita, designata per soffocare e distorcere ogni spinta vitale del giovane che, ritrovandosi al punto massimo di degradazione, si trasforma in lucida mostruosità, in metodica crudeltà. Alessandro esegue il suo folle piano omicida con la naturalezza e la consapevolezza di chi sta compiendo un piano di liberazione: questo distorto esercizio di libero arbitrio è tuttavia destinato a sprofondare nel fallimento e nella distruzione, il cui culmine si avrà nella morte di Alessandro stesso, colto da un attacco di epilessia.

I pugni in tasca è un’opera giovanile, e di questa giovinezza ne conserva le energie, la carica di ribellione, il potenziale eversivo e atemporale, restituendo, al contempo, un quadro umano complesso, che offre molteplici chiavi di lettura e garantisce l’attualità del tema.

Sofia Racco

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