Aborto! Regulate your Di**s

Nel precedente articolo abbiamo preso in esame la storica decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America di cancellare il verdetto della sentenza “Roe contro Wade” risalente al 1973, dando il via libera a leggi restrittive sull’aborto in venti stati. Di contro, tra la popolazione statunitense il consenso all’aborto non è mai stato così elevato. Le manifestazioni in tutto il paese sono solo alcuni degli aspetti rilevanti. A muoversi è una fitta rete di movimenti Pro-Choice che sta valutando vari interventi per limitare i danni della scelta portata avanti dai giudici ultraconservatori della Corte Suprema.

Una delle ipotesi proposte è quella di creare presidi mobili ai confini con gli stati che vietano l’aborto, con l’intento di tutelare la salute delle donne. Altre strutture raccolgono fondi per consentire le spese di viaggio e gli interventi nelle strutture sanitarie. Ma questa rete non arriverà a tutte coloro che ne avranno bisogno. Proibire l’aborto comporterà, infatti, un aumento della mortalità materna, nonché una maggior richiesta delle pratiche illegali.

Chiare le dichiarazioni di alcuni medici i quali segnalano che il parto, dal punto di vista sanitario, soprattutto in alcuni casi, è di gran lunga più pericoloso dell’interruzione di gravidanza. Ma la salute delle donne non è l’unico diritto messo a rischio, lo è anche la loro privacy. Teniamo traccia delle nostre vite sui dispositivi mobili e proprio questi devices potrebbero essere utilizzati per accusare le donne di una interruzione di gravidanza non spontanea. Preoccupante è il clima della caccia alle streghe a cui partecipano anche gli intermediari, che vendono dati sensibili sugli spostamenti degli utenti. Più stati hanno dichiarato l’intenzione di utilizzare queste informazioni per monitorare se siano avvenuti spostamenti verso i centri aborto situati in altri stati.

In Texas esiste una legge che consente di denunciare, avendo anche una ricompensa, una donna che ha esercitato l’interruzione di gravidanza. Lo scopo della legge sarebbe quello di perseguire chi esegue l’aborto, ma alla luce delle nuove correnti politiche i confini non sono poi così marcati e la privacy delle donne ne esce compromessa. Altri stati oltre il Texas stanno pensando a leggi che incoraggino i cittadini a denunciare chi ricorre all’interruzione di gravidanza. Insomma, se sei donna e sei incinta, non dovrai affrontare solo il peso di una scelta, sarai criminalizzata e dovrai vivere guardinga nella speranza che il tuo vicino non sia un vigilantes disposto a vendere informazioni sulla tua vita privata.

In alcuni stati, nel caso in cui volessi ricorrere a interruzioni di gravidanza, sono messi a disposizione numeri verdi statali, peccato però che i centri che li gestiscono siano associazioni cristiane anti aborto il cui unico scopo è far desistere la donna, convincerla che l’interruzione di gravidanza sia un omicidio. Se chiedere aiuto può essere difficile, in questo modo si disincentiva la probabilità di ricorrere a un percorso sicuro. Per i movimenti ultra-cristiani che gestiscono le linee di ascolto il feto “è una persona” e praticare l’interruzione di gravidanza, in ogni sua forma, è reato. Questi centri sono distribuiti su tutto il territorio e possono contare su un numero di sedi ben maggiore delle cliniche dove è possibile esercitare l’interruzione di gravidanza.

La tensione è alta e anche in casi in cui l’aborto avvenga in maniera spontanea si sono verificati casi in cui alle donne è stata negata una assistenza, per paura di incorrere in procedimenti volti ad accertare un eventuale aborto volontario. Bisognerà ricorrere a metodi contraccettivi che non diano nell’occhio, a pratiche non sicure o si dovrà viaggiare migliaia di chilometri per raggiungere un altro stato, solo così una donna potrà avere la sensazione di aver sotto controllo la propria vita senza che questa sia gestita da delle decisioni politiche.

Si chiede alle donne di prepararsi ad aver paura, a essere considerate contenitori di vita prive di scelta oppure, come scritto su un cartello di una manifestante, si chiede agli uomini: “regulate your dicks”.

Manuele Avilloni

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