Il silenzio: l’esatto contrario della mancanza di riflessione

Nella società odierna, con il mondo che corre, esiste un valore che pare essersi smarrito o, più precisamente, sembrerebbe non aver più un posto dove potersi ritrovare: il silenzio. Il suo valore, un tempo tanto prezioso perché utile a capire il mondo circostante, si è pian piano perso in mezzo al frastuono di ciò che lo circonda e che lo ha sovrastato prendendone il sopravvento, senza che questo avesse modo di difendersi. Ma di chi è la responsabilità?

Facendo un’attenta valutazione potremmo definire questa qualità come la grande assente della nostra comunità. Oggi, più che mai, stare in silenzio viene considerata una grave mancanza: se parli troppo non va bene, ma se parli troppo poco allora sei strano. Cercando online quest’ultimo termine si approda alla definizione della Treccani, che recita «Diverso dal solito o dal comune, dal normale, molto singolare, tale quindi da destare meraviglia, stupore, curiosità». Colpiti da questa presentazione, si potrebbe pensare che non sia poi così male essere strani. Tuttavia, non si osserva più il singolo modo di essere della persona, né si pensa se eventuali parole dette possano essere superflue o, al contrario, pesanti come macigni. Il risultato di queste non azioni porta ad un uso a volte improprio delle parole, quasi come se rappresentassero un semplice insieme di lettere e nulla più.

Durante una conversazione, spesso e volentieri non si lascia il tempo all’interlocutore che si ha davanti di terminare l’esposizione di un proprio pensiero, con l’obiettivo di poterlo sovrastare e, probabilmente, schiacciarlo. Lo scambio diventa così una gara a chi riesce a mostrare maggior padronanza, non della propria voce, ma del proprio rumore. Quel che abbiamo appena letto finora è il risultato di una realtà, forse triste, ma che altrettanto probabilmente non sembra essere stata ancora percepita a pieno. Il tutto conduce ad un ulteriore problema, la mancanza di riflessione che genera una reazione a catena con effetti che potremmo definire “tragici”: se parlo troppo non ascolto, se non ascolto non rifletto e se non rifletto…per quale motivo sto parlando?

L’esser strani è una tendenza di sempre meno individui, come se fosse una sorta di malattia o anomalia piuttosto che un’opportunità. Nei fatti però la stranezza è vincente: l’essere silenziosi è una sorta di vecchio abito che, un giorno, potrebbe tornare in auge perché capace di mostrare lati umani raffinati che hanno bisogno di essere riscoperti.

Delle volte uno sguardo, come si suol dire, vale più di mille parole, invece in altri casi stare in silenzio può celare l’abilità di saper ponderare il peso di tutto ciò che si dice. Comunemente, la maggior parte delle cose dette durante una lite escono fuori senza averci pensato più di tanto. In quel momento l’istinto vince sulla ragione, cosa che spesso o quasi sempre porta ad un pentimento.

Nella maggior parte dei paesi mediterranei la parola prevale sul silenzio, mentre al contrario, se ci spostassimo in Oriente, scopriremmo che il silenzio è un valore importantissimo ed un segno di rispetto imprescindibile. Le differenze culturali che spesso percepiamo rispetto alle culture orientali sono talvolta guardate con occhio sospettoso, in realtà il culto e l’osservazione del silenzio rappresentano la dimostrazione che questo mondo, apparentemente distante, può insegnarci molto. 

D’altronde, come scrisse Maria Montessori, «…il silenzio può essere inteso in modo positivo come uno stato “superiore” al normale ordine delle cose».

Andrea Bordonaro

Crediti immagine copertina: Foto di Petra da Pixabay

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  1. interessante, condivido

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