Quando il cinema è folklore: l’epopea di The Northman

Che c’è di meglio di una bella epopea nordica per rinfrescare queste giornate di caldo record e concedersi un po’ di sana mitologia maestralmente rappresentata?

The Northman, film uscito nelle sale italiane l’Aprile scorso, è la terza opera diretta dal giovane promettente cineasta Robert Eggs, che è già celebre grazie a The Witch e The Lighthouse. Ha dimostrato di avere un proprio stile, un proprio modo di raccontare storie tratte dal mondo mitologico e folkloristico, rivisitandole in chiave noir e horror. Uno sguardo che, oserei dire, oltre a essere artistico è anche particolarmente antropologico nel mostrare tratti, pratiche e credenze di un’epoca passata ma tutt’ora così affascinante.

Veggente che predice ad Amleth il suo destino
(Fonte: nme.com)

Attingendo dal folklore nordico, Eggs ripropone in chiave epica e cupa la storia dell’Amleto, originariamente contenuta nel Gesta Danorum, un’opera del XII secolo importantissima per la ricostruzione storica e identitaria della Danimarca, e da cui lo stesso Shakespeare fu ispirato per la sua omonima tragedia.

Il poema narra di un giovane principe, Amleth, il cui padre è stato ucciso a inganno dal fratello; ciò lo porta a scappare trovandosi esiliato dal proprio regno, promettendo, però, di rivendicare la madre e il trono che gli spetta. Anni dopo lo ritroviamo ormai uomo, entrato a far parte di una tribù di guerrieri saccheggiatori chiamati Úlfheðnar. Durante una delle loro scorribande incontra una veggente, che gli predice un glorioso avvenire e lo ammonisce sul non dimenticare la promessa fatta al defunto padre. Sua madre si è infatti risposata con suo zio, dal quale ha avuto un figlio, nuovo temibile ostacolo al trono. In lui, si risveglia la rabbia e così il protagonista intraprende il suo tortuoso viaggio di vendetta che lo porterà a un esito inaspettato e all’incontro con una giovane schiava slava, Olga, che afferma di essere una strega e che lo aiuterà nel suo proposito.

Visivamente d’impatto e avvincente, il film cattura subito per la sua ambientazione e i suoi paesaggi selvaggi e freddi: mari in tempesta, distese di neve e pianure brulle. Un’atmosfera che oscilla tra l’epico, il fantastico e il violento. Ma per quanto si combatta, il film non è solo azione, anzi: molta scena viene data all’introspezione di Amleth, alla sua crisi interiore, all’amore che prova ancora per sua madre, ma l’odio per vedersi rinnegato; così come largo spazio ha l’elemento sovrannaturale, che dona al film un tocco dark e intrigante, peccando, però talvolta di lentezza di trama.

Ciò nonostante, trovo che la vera forza di questo film sia proprio la dimensione magica e folkloristica, rappresentata attraverso una minuziosa e ineccepibile ricostruzione di rituali, pratiche, abiti e mitologia. Non a caso per il film è stata interpellata la collaborazione di un noto archeologo inglese, Neil Price, specializzato in epoca vichinga. Danze nevrotiche davanti al falò in una grotta, spirti defunti a cui sottrarre spade magiche, valchirie a cavallo verso il Valhalla…

La stessa tribù di guerrieri di cui fa parte il protagonista, chiamati Úlfheðnar, guerrieri della mitologia norrena, tra le truppe più d’élite dei re scandinavi: erano celebri per la loro violenza e il loro impeto in battaglia, datogli dall’assunzione di bevande ed estratti di piante allucinogene che li eccitavano, così come dalla loro personificazione in lupi, loro animale totemico, tanto che si ricoprivano di pelle di lupo, si atteggiavano da tali e combattevano “in branco”.

Una tradizione questa molto simile a quella già ripresa in un altro film dall’ambientazione scandinava, Il Tredicesimo Guerriero (1999) in cui gli antagonisti della storia, i Wendol, sono proprio una popolazione del nord legata alla figura degli orsi e al culto della terra e della Madre, che vivevano in grotte montane proprio come i suddetti animali.

Amleth, protagonista del film, in vesti di guerriero Úlfheðinn
(Fonte: it.jugomoible.com)
Wendol nel film Il Tredicesimo Guerriero (1999)

Molta parte del pubblico è rimasta delusa o spaesata da un film che sembra principalmente d’azione, ma si rivela un po’ più profondo e attento di questo: Eggs aveva già dato prova del suo fascino e dell’attenzione minuziosa posta alla ricostruzione storica e folkloristica nell’acclamato The Witch, dove l’atmosfera più che epica era horror, ma ugualmente riusciva a trasmettere in modo magistrale le credenze di una famiglia puritana nel New England, tra superstizioni cristiane e figure pagane. Sfido chiunque guardi il film a non provare anche solo per un secondo la sensazione di trovarsi immersi in una delle foreste narrate dalle favole dei fratelli Grimm.

Scena dal film The VVitch
(Fonte: killscreen.com)

Con film simili, Eggs pone le basi per un nuovo genere epico e d’azione, che non guardi solo alla violenza della potenza visiva, alle scene con mirabolanti acrobazie, arti marziali e duelli con la spada o a paesaggi fantastici creati con la CGI di cui il mercato del cinema è ormai spaventosamente saturo; quanto piuttosto a pellicole che recuperino una dimensione storica, folkloristica, mitologica pura, che ci faccia vivere quel senso di mistero così tremendamente vicino al quotidiano da sembrarci vero, come appariva vero alle persone del passato.

Una sorta di re-incanto del cinema, ma non vuoto e favolistico, quanto più fedele a ciò che era ed è la tradizione e la cultura di diversi popoli.

Rachele Gatto

Immagine in copertina: Valchiria, scena tratta dal film ( https://www.youtube.com/watch?v=yp8TORU_lv0)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...