Clark (Netflix): il true crime tra realtà e bugia

Tra gli ultimi titoli targati Netflix, dal 5 maggio sul noto sito di streaming campeggia Clark, la storia “basata su realtà e bugie” del criminale Clark Olofsson: una produzione svedese che vuole portare alla luce un famigerato inciso della storia svedese stessa.

I sei episodi di circa un’ora creano una commedia autoconclusiva e dai tempi incalzanti e rocamboleschi, perfetta per chi cerca un binge-watch estivo divertente e poco impegnativo, ma mai banale.

Poster promozionale della serie tv

A rubare la scena il protagonista e i ruggenti Anni Sessanta

La vicenda si incentra sugli anni giovanili del vero criminale Clark Olofsson – interpretato da un brillante Bill Skarsgård – la cui fama in patria divide chi lo reputa come un eroe nazionale e chi l’ennesimo malvivente e parassita. Rapinatore di banche, spacciatore e truffatore, il protagonista è il ritratto dell’antieroe tanto di moda negli ultimi anni: per quanto si sprechi in azioni spregevoli, non può che essere preso in simpatia, fagocitando tutte le attenzioni dello spettatore grazie alla sceneggiatura sagace e tagliente.
Il narratore – inaffidabile – è Olofsson stesso, che spicciamente ripercorre la sua storia dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta tra incursioni nella residenza presidenziale, rapine in banca, viaggi on the road – e pure in barca – ai confini dell’Europa e persino oltre. Quello che restituisce lo schermo è un pagliaccio alto quasi due metri la cui risata divertita e sprezzante rintocca immancabilmente ad ogni episodio, come a beffarsi delle norme sociali, delle leggi, dei rapporti umani. Alla ricerca spasmodica della libertà e della bella vita, Clark fa infatti terra bruciata in fatto di legami; viene a più riprese colto in flagrante e condotto in carcere per poi evaderne – ben diciassette volte in tutta la sua vita, facendone una sorta di moderno Houdini.

La narrazione si svolge su due piani. Da un lato i flashback, che raccontano di un’infanzia dolorosa e disastrata, in cui il protagonista ha avuto a che fare con un padre abusivo e alcolizzato e una madre fragile e fatalista, sono portati sullo schermo con un drammatico bianco e nero; dall’altro gli anni della sua gioventù, che sono un susseguirsi psichedelico di colori sgargianti e trasgressivi e di avventure al limite del reale.
I decenni Sessanta, Settanta, Ottanta, in tutta la loro iconicità, sono rappresentati in un’ottica surreale e quasi fumettistica. Ed è proprio questa la forza della serie: la capacità di non annoiare mai, che sia attraverso i colpi di scena, le battute irriverenti, o la fotografia stroboscopica.

Per quanto la narrazione sia romanzata, i fatti trasposti sono tutti realmente accaduti. Tra questi spicca il curioso episodio dedicato alla Sindrome di Stoccolma, in cui gli ostaggi di Clark, suo malgrado coinvolto nell’ennesima rapina, arrivano a giustificarlo e difenderlo a testa alta di fronte alla Svezia intera.

Tra i temi principali non può mancare il proverbiale legame che ha unito Olofsson al genere femminile: la sua voce fuoricampo non manca mai di rimarcare quanto lui ami le donne e che non abbia passato giorno senza esserne innamorato. Le sequenze cinematografiche non fanno che dare prova di una passione durata una vita, nelle sue componenti più spigliate e ironiche, ma anche ipersensuali e narcisiste. Clark “ama” e poi abbandona le persone quando queste non sono più disposte a seguirlo ciecamente, o quando, più semplicemente, non gli fanno più comodo.

Il rischio di alimentare il mito

Clark Olofsson non è certo un modello da seguire, né come cittadino, né come uomo.
Eppure la magistrale interpretazione di Skarsgård e la caratterizzazione stessa del personaggio, che trasforma il rapinatore in un carismatico e camaleontico Pinocchio, rischiano di contribuire al mito, tralasciando gli aspetti più cupi della vicenda (come hanno davvero vissuto, ad esempio, le persone che gravitavano attorno all’antieroe svedese?).
Un interrogativo, questo, che la miniserie si pone negli ultimi due episodi, cercando di mettere le mani avanti e di spiegare come mai a volte sia così difficile raccontare di personalità così controverse, specie quando un tono così gioviale e ironico può essere frainteso. Così come Clark gioca continuamente in bilico tra la legalità e l’illegalità, Netflix si destreggia offrendo un prodotto gradevole e divertente pur senza mitizzare ulteriormente una figura che di gradevole, nella realtà, non deve aver avuto tanto.
Le inquadrature comiche, i colori saturati e i continui riferimenti alla Pop Art sono in realtà un escamotage per parlare di una personalità eccentrica, spogliandola di complessità e ricchezza emotiva. Netflix crea una realtà patinata ed estrosa, eppure piatta e superficiale, nel tentativo di mostrare il mondo attraverso gli occhi edonisti del protagonista.
L’ultima scena, in tal senso, è più che esplicativa: e mentre Clark rompe per l’ennesima volta la quarta parete per pronunciare baldanzoso l’ultima battuta ad effetto, allo spettatore viene affidato il compito di discernere quello che è sano intrattenimento dalla più pericolosa idealizzazione cieca.

Rebecca Isabel Siri

Crediti immagini:https://www.taxidrivers.it/236085/serie-tv/netflix-serie-tv/clark-la-recensione-della-serie-sul-criminale-amato-dalle-donne.html, Fortementein, Dituttounpop, Radio Times

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