C’erano una volta le bandiere

L’essenza del calcio attuale? Il Calciomercato. Oggi tutti i giocatori possono cambiare casacca da un momento all’altro

Maurizio Mosca

C’erano una volta Paolo Maldini, Francesco Totti, Alessandro Del Piero e Javier Zanetti, per citarne solo alcuni. No, non è l’inizio di una fiaba, né stiamo parlando di creature mitologiche. Bensì di bandiere. Una bandiera è un simbolo, qualcosa capace di evocare una relazione con qualcos’altro. E nel calcio questo significato non si perde, anzi. Le bandiere sono giocatori che hanno scelto di scrivere la storia di un solo club, di far gioire la stessa gente nell’arco di tutta la loro carriera. Sono coloro che spingono i bambini a tifare una determinata squadra, che li accompagnano nella loro crescita, nel passaggio dal mondo dell’infanzia a quello degli adulti. Perché i giocatori vanno, una bandiera invece resta. Sono uomini che hanno fatto la scelta di fondersi con i colori della propria squadra, tanto da renderli una seconda pelle, tanto da diventarne icone senza tempo, indipendentemente dalle offerte ricevute. Sì perché Maldini è il Milan, Totti è la Roma, Del Piero è la Juventus e Zanetti è l’Inter.

Rispettivamente 647 presenze in 25 anni col Diavolo, 619 in altrettanti anni in giallorosso, 513 in 19 anni con la Vecchia Signora e 615 in altrettanti anni con i nerazzurri: questi quattro personaggi hanno scelto di identificare la propria carriera con una sola maglia. Sono figli di un calcio di un’altra epoca, non solo da un punto di vista cronologico. Il calcio è in continua evoluzione, cambiano le idee, le tattiche e le caratteristiche dei giocatori. E cambiano i valori. Il calcio novecentesco era uno sport in cui l’attaccamento alla maglia e l’amore per i tifosi erano sentimenti primari per molti giocatori. Boniperti e Scirea per la Juventus, Bergomi e Facchetti per l’Inter, Baresi e Rivera per il Milan, ma anche Riva per il Cagliari e Ferrini per il Torino: tutti esempi di bandiere di un calcio che non c’è più.

Dire che le bandiere nel calcio si esauriscono con i quattro esemplari da museo citati nell’introduzione però non è corretto. Chi asserisce che Totti, ritiratosi nel 2017, sia stata l’ultima bandiera del calcio italiano, sbaglia. A parte Buffon, che appartiene alla generazione di Maldini e co., è impossibile non ricordare Marchisio, De Rossi, Hamsik, Di Natale, Magnanelli e, ultimo, in quanto lascerà la Juventus a partire da questa estate dopo 17 anni, Giorgio Chiellini. All’estero gli esempi maggiori sono costituiti da Casillas e Ramos per il Real, Puyol, Xavi, Iniesta e Messi per il Barcellona, Gerrard per il Liverpool, Lampard per il Chelsea, Giggs e Scholes per lo United e Muller per il Bayern Monaco.

Oggi, in un calcio che è sempre più business e sempre meno sentimentale, trovare dei giocatori che mettono al primo posto la fedeltà per una maglia e per i suoi tifosi è sempre più raro. Non sono pochi gli esempi di squadre che vengono acquistate dagli sceicchi e da un giorno all’altro passano dall’essere privi di storia ad attirare molti dei calciatori più importanti al mondo. L’esempio più eclatante è il PSG.

Inoltre, i procuratori, che curano gli interessi dei giocatori e che quindi sono fondamentali per la riuscita delle trattative di mercato, sempre più spesso mirano ad accrescere il proprio conto in banca, attraverso commissioni pagate dalle squadre di club e percentuali dello stipendio percepito dai giocatori stessi. Tradotto: ai procuratori conviene che i propri assistiti guadagnino di più e, di conseguenza, le squadre con maggiore disponibilità economica sono le protagoniste. Insomma, nel calcio odierno ciò che muove le pedine è il denaro. Le società sono diventate delle vere e proprie aziende che mirano ogni anno ad accrescere il fatturato dell’anno precedente. E la quantità di milioni di euro che circolano nel mondo del calcio fa impallidire. Basti pensare al recente contratto che il PSG ha fatto firmare a Kiylian Mbappe pur di non lasciarlo andare al Real Madrid: 118 milioni di euro alla firma a cui se ne aggiungeranno altri 50 a stagione per i prossimi 3 anni.

La speranza è che, soprattutto in Italia, si possano ritrovare giocatori così fedeli. Le basi per avere delle bandiere della generazione Z ci sono. Chiesa e Locatelli per la Juventus, Barella e Bastoni per l’Inter, Tonali per il Milan e Pellegrini per la Roma, sono coloro che potrebbero riportare in auge le sensazioni e le emozioni che hanno fatto innamorare di questo sport i nostri genitori e i nostri nonni. Perché una bandiera è un campione di tutti.

Matteo Revellino

In copertina: group.intesasanpaolo.com/it

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