The Trimates: mai più all’ombra dell’uomo

Negli anni ’60-70, quando il mondo della ricerca scientifica era ancora grande appannaggio del genere maschile ma allo stesso tempo le istanze e le rivendicazioni delle donne si facevano strada, un uomo ebbe il coraggio di scommettere su tre di queste, le quali diventarono pioniere nei loro campi. Con un nome ironicamente maschilista vennero battezzate le Leakey’s Angels, nome che traeva spunto dal mito della tv anni ’70, le Charlie’s Angels, sostituendovi però il nome del loro mentore; un appellativo questo che non rende giustizia alla straordinaria determinazione, capacità e indipendenza che queste ricercatrici hanno dimostrato nel loro lavoro sul campo, con scoperte sensazionali nell’ambito della zoologia, primatologia ed etologia che hanno rivoluzionato il modo di comprendere non solo il comportamento degli animali, ma anche il nostro.

Tale mentore era il celebre paleoantropologo Louis Leakey, conosciuto per i suoi importantissimi studi sui primi esemplari di uomo. La sua ricerca apportò grandi contribuiti allo sviluppo della definizione dell’evoluzione umana. Per la prima metà del secolo scorso erano davvero poche le conoscenze riguardanti i primati: la necessità di studiarli si faceva più impellente che mai, e Leakey era uno dei pochi ad esserne preoccupato. Per sua fortuna tre imprevedibili quanto intrapredenti donne si schierarono in prima fila. Ma chi sono queste misteriose eroine della scienza che hanno svelato i segreti dietro le grandi scimmie? Molti avranno forse sentito parlare di Jane Goodall, primatologa e attivista ambientale celebre per la sua ricerca sugli scimpanzé; tristemente famosa è anche Dian Fossey, zoologa e conservazionista impegnata in ricerca sui gorilla di montagna in Ruanda; e infine la meno conosciuta di tutte, ma ciò nondimeno importante, Biruté Galdikas, antropologa diventata la maggior esperta di orangutan nell’ambito della primatologia.

Altro appellativo affibiato loro fu The Trimates: tre donne, per tre diversi primati, con tre diverse vicende e formazioni.

Il paleoantropologo Louis Leakey
(Fonte: britannica.com)

JANE GOODALL

La vicenda di Jane Goodall è forse fra tutte quella più curiosa e intrigante: Jane non nasce studiosa, lo diventa quasi per caso. Amante della natura fin da piccola, sogna di poter vedere posti esotici e di vivere a contatto con gli animali. Il caso o il destino la portano a diventare la segretaria del prof. Leakey che, alla ricerca di qualcuno da inviare come osservatore di una comunità di scimpanzè della Tanzania, rimane colpito da questa giovane ragazza, curiosa e intelligente. Pur senza esperienza, per lui non c’erano dubbi che fosse la persona più adatta: non voleva qualcuno invasato di preconcetti accademici, ma qualcuno che osservasse la natura con uno sguardo più puro. Così inizio l’avventura di Jane nella Riserva del Gombe, in Tanzania. Una ricerca durata più di quarant’anni che ci ha dato molte scoperte sul comportamento di questi primati, sui loro legami sociali, sull’arco della loro vita, rompendo dei preconcetti esistenti all’interno dell’ambito accademico, come quello che non avessero l’intelligenza sufficiente all’uso di utensili. Fu invece scoperto che gli scimpanzè fanno uso di oggetti per loro scopi, come quello di cibarsi, così come si venne a conoscenza della pratica di adozione dei cuccioli rimasti orfani. Goodall fu una pioniera non solo perchè donna, ma anche per i suoi metodi inconsueti: vivere a stretto contatto con gli scimpanzè, per così tanto tempo da registrare intere generazioni; conoscerli personalmente e osservarli come individui, non come numeri o oggetti da laboratorio, tanto che ella diede ad ogni esempalre un nome, una pratica che al tempo era considerata fuori dal comune all’interno dell’ambito scientifico.

(Fonte: janegoodall.it)

Fra le sue opere più celebri vi è proprio “L’ombra dell’uomo” resoconto della sua lunga ricerca in Tanzania, della vita vissuta laggiù e del magico rapporto che ha creato con questi primati, un rapporto di ammirazione, rispetto e tutela.

DIAN FOSSEY

Zoologa statunitense formatasi come veterinaria, lottò fin dalla giovane età contro i suoi genitori per trovare la sua strada, mentre loro volevano per lei una carriera diversa. Dopo alcuni anni passati a lavorare in America nell’ambito della terapia occupazionale, nel 1963 si recò in Africa per un viaggio: qui ebbe un curioso quanto sfortunato incontro con Leakey, nel quale si slegò una caviglia cadendo in uno degli scavi di ricerca del professore. Anni dopo, nel ’66, i due si rincontrarono in America. Affascinato dal forte temperamento della Fossey, Leakey decise di assumerla per un suo progetto di ricerca dei gorilla di montagna, nella zona dei Monti Virunga, in Ruanda. Una ricerca che durò ben 20 anni e che fece di Dian Fossey una pioniera degli studi primatologi. Le scoperte sullo stile di vita e le caratteristiche dei gorilla sono ancora preziose oggi, ma la sua opera più importante fu la sua strenua lotta contro il bracconaggio che colpiva questa specie, i cui esemplari erano davvero al limite dell’estinzione. Oltre a ciò, Fossey si schierò fortemente contrò le attività turistiche nella zona, che impattavano l’habitat dei gorilla. Conservazione e tutela furono fra i suoi imperativi più importanti, che la portarono ad agire in prima linea e per questo ad avere controversie e difficili rapporti col governo locale, coi bracconieri, con coloro che da tali attività traevano profitto, ma anche con alcune tribù di cacciatori/raccoglitori locali. Sembra infatti che la sua accesa battaglia per tutelare fauna e flora, e alcuni metodi di ricerca sul campo alquanto discutibili, andarono a scapito di queste tribù, che nella foresta vivevano e traevano sostentamento. La vicenda di Fossey, infatti, finì purtroppo in modo funesto, ovvero con il suo assassinio il 26 dicembre del 1985: la sua morte rimane ancora avvolta nel mistero, così come i suoi veri colpevoli, anche se si ipotizza siano stati dei bracconieri.

(Fonte immagine di sinistra: hurriyet.com.tr / Fonte immagine di destra: Wikimedia Commons)

Grazie a lei nacquero il Dian Fossey Gorilla Fund e il Karisoke Research Center, che ancora oggi tutelano e portano avanti il retaggio della Fossey. Ella scrisse un’autobiografia, Gorilla nella nebbia, dove racconta degli incontri con questi magnifici e maestosi primati, così come il rapporto che costruì con loro e l’immenso lavoro di protezione che fece rinascere la comunità di gorilla nei Monti Virunga. Da esso fu tratto anche un celebre film, dello stesso titolo, con protagonista Sigourney Weaver nei panni della Fossey.

BIRUTÉ GALDIKAS

Di origine lituana, la famiglia di Biruté si trasferì in Canada e poi in America. Si laureò in diversi campi, tra cui zoologia e antropologia. Fu proprio durante i suoi studi all’Università della California, che ad un convegno incontrò il professor Leakey. Già allora la sua passione era rivolta ai primati e agli animali esotici: suo desiderio era studiare quelli allora meno conosciuti, gli orangutan, difficli da osservare in quanto molto solitari. Cercò di convincere Leaky della necessità di una ricerca in tal campo, nonostante egli all’inizio fosse titubante sulla ragazza, vista come troppo giovane. Ma la determinazione di Biruté ebbe la meglio: dopo aver trovato i finanziamenti grazie alla National Geographic (che sostenne ampliamente anche le ricerche della Goodall) Biruté poté iniziare la sua importantissima ricerca sugli orangutan nella giungla del Borneo, durata ben 40 anni, fra gli studi di un mammifero più lunghi mai condotti. Tale longevità è dovuta al fatto che le ricerche di Biruté richiesero un’estrema pazienza, dovuta alla difficoltà di avvistare gli esemplari, di ottenere la loro fiducia e di poter osservare i comportamenti con i cuccioli, dato che gli orangutan non procreano fino a tarda età. Ispirata proprio dal lavoro delle sue altre colleghe Fossey e Goodall, che al tempo avevano già fatto scalpore per le loro scoperte, Biruté ebbe grandissima importanza nell’ampliare la conoscenza scientifica del comportamento, della dieta e dell’habitat degli orangutan. Anch’ella votata alla lotta alla conservazione e alla tutela di questi esemplari, fondò insieme al marito l’Orangutan Foundation International, che combatté strenuamente negli anni per contrastare bracconieri, attività di piantagione e deforestazione che minacciarono questa specie.

Anche se meno conosciuta rispetto alle sopraccitate ricercatrici, la storia di Biruté dovrebbe essere ugualmente degna di nota e lode, in quanto esempio della determinazione di una giovane ricercatrice nell’esplorare un campo poco conosciuto in un periodo in cui l’idea di una donna sola nella giungla alla scoperta di animali selvatici era vista di buon occhio da pochi. Anch’essa ha scritto un’autobiografia della sua esperienza unica, Reflection of Heden.

Affascinante come a svelare molti misteri del comportamento umano tramite i nostri parenti più prossimi sia stato un trio di donne: le loro ricerche hanno rivoluzionato il mondo della primatologia non solo per le scoperte fatte, ma per il modo stesso di fare ricerca, eppure la loro storia è ancora troppo poco conosciuta. Nonostante ciò, questa può essere d’immensa ispirazione per tutte coloro che vogliono inseguire i loro obbiettivi e nel farlo devono combattere non solo le enormi difficoltà che si pongono davanti alla vita di ognuno, ma anche un semplice, ma mai banale fattore: l’essere donna.

Rachele Gatto

Fonte immagine in evidenza: https://blogs.ntu.edu.sg/hp3203-2017-03/life-as-a-researcher-under-leakeys-angels/

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