Recensioni estive: Flee

Flee significa “scappare”. È quello che ha fatto Amin da quando a Kabul è scoppiata la guerra civile tra Mujahidin e popolazione afghana. I primi erano sostenuti dal governo americano, mentre i secondi da quello sovietico: sono gli anni ’80, è in corso la guerra fredda e Stati Uniti e Unione Sovietica non combattono mai direttamente, si insinuano invece in questioni politiche estere, dove sostengono di volta in volta parti opposte.

Amin, ora accademico danese di successo, è il protagonista di Flee, la pellicola animata che racconta il suo passato: la vita a Kabul, la relazione con la sua famiglia, il loro viaggio verso un luogo più sicuro, la detenzione nei CPR, la quotidianità del presente.

Crediti: MyMovies

La famiglia

Non è sempre stato difficile vivere a Kabul: i primi ricordi di Amin risalgono a un periodo felice della sua vita nella capitale insieme alle sue due sorelle e i suoi fratelli, con cui passava la maggior parte del suo tempo facendo volare aquiloni e raccontandosi storie sul padre scomparso.

È proprio la famiglia un nodo fondamentale della sua narrazione poiché è attraverso i legami forti delle reti famigliari che, nelle situazioni come quella di Amin, si riesce a scappare. Infatti, grazie a suo fratello maggiore trasferitosi anni prima in Svezia, la restante parte della famiglia può trasferirsi prima a Mosca e poi in varie parti d’Europa. Proprio per questo Amin si sente infinitamente debitore nei confronti dei suoi parenti, aspetto che compare solo in maniera velata in alcuni dei suoi gesti.  

Altro personaggio fondamentale, che nei ricordi di Amin è sempre solo legato alle storie di sua sorella maggiore, è il padre: imprigionato perché sospettato di cooperare contro il comunismo, non è mai più tornato a casa e ancora oggi nessun membro della famiglia è al corrente di cosa gli sia accaduto.

Crediti: ArteSettima

I trafficanti

La prima tappa del viaggio di Amin verso una vita migliore è Mosca, dove gli immigrati afghani avevano diritto al permesso di soggiorno per un periodo limitato di tempo. Infatti, la madre di Amin e suo fratello maggiore avevano già in mente un piano preciso per potersene andare da Mosca prima della scadenza del permesso: avrebbero pagato dei trafficanti di uomini che li avrebbero fatti arrivare uno per uno in Svezia, dove il fratello maggiore viveva da anni. Sebbene questa via sarebbe costata loro parecchio denaro, sembrava essere l’unica soluzione possibile.

I trafficanti presentano intorno a loro un’aura duplice: da una parte sono le uniche persone che possono creare nuove possibilità per i migranti clandestini, dall’altra parte sono spesso uomini senza scrupoli il cui obiettivo principale è arricchirsi.

Il viaggio

Crediti: Cartoon Brew

Il viaggio da Mosca verso il nord Europa è parte significativa del film.
Dopo aver aspettato anni lunghi e lenti in un piccolo appartamento, nascosti dalla violenza della polizia sovietica, le due sorelle sono le prime a partire e il viaggio è tutt’altro che semplice: vengono portate in un luogo sconosciuto, infilate in un container con altre persone, dove rimangono per un periodo indefinito di tempo. Buio, urla, pioggia, paura: queste le parole che descrivono la sensazione che si prova guardando quelle scene. Le due arrivano in Svezia traumatizzate: si riprenderanno, ma sarà difficile dimenticare.

Per Amin, suo fratello e la madre le cose si fanno ancora più complicate: ci vorranno più tentativi prima di riuscire a scappare da Mosca. La prima volta, dopo una lunga camminata nel freddo delle foreste sovietiche, i migranti vengono fatti salire su una barca, che durante un temporale comincia a inglobare acqua: quelle persone sono legate a un filo, che si spezza quando una crociera li avvista e chiama la polizia. I tre vengono trascinati in un CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), dove nella maggior parte dei casi queste persone vivono in condizioni igienico-sanitarie e umane decisamente precarie. Il secondo tentativo per Amin risulta essere quello finale: un trafficante molto costoso riesce a farlo arrivare in Danimarca.
Amin non può raccontare nulla di tutto questo: se lo facesse, rischierebbe di essere rimandato indietro.

Flee è tratto da una storia vera ed è la storia di tante persone che scappano da Paesi in guerra, sperando di poter migliorare la propria vita. Tuttavia, le barriere alzate dai paesi che potrebbero accogliere sono molto alte, talvolta invalicabili, e l’unica via è quella del traffico di esseri umani. Questo viaggio della speranza crea situazioni in cui la dignità delle persone, principio alla base dei diritti umani, perde ogni suo valore.
Jonas Poher Rasmussen, scrittore e direttore di Flee, è stato capace di rappresentare tutto questo in 90 corti e intensi minuti.

Emily Aglì

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