I DJs From Mars e il loro mashup di sogni e determinazione
Nella seconda parte di questa intervista continueremo a conoscere i DJs From Mars. Attraverso le domande della nostra redattrice Anna Baracco, scopriremo la loro vita in tour, i bootleg, i fan, le emozioni, le difficoltà affrontate durante la pandemia e gli obiettivi futuri. Un ringraziamento speciale a Luca per la professionalità e il tempo dedicatoci. Un grande in bocca al lupo a questi due artisti unici
Quest’estate state facendo un tour in numerosi Paesi (Italia, Grecia, Spagna, Croazia, Estonia, Stati Uniti), quali sono due aspetti positivi e due negativi di un tour simile?
Dopo tanti anni di gavetta, riuscire a portare la nostra musica in tutto il mondo è una soddisfazione enorme. In più, c’è tutto il lato umano: visitare Paesi, conoscere culture, parlare con persone, scoprire dinamiche sociali. Ci sono anche aspetti negativi: lo stress di essere sempre in viaggio, le lunghe attese negli aeroporti, gli orari scombussolati. Inoltre, stare lontani dalle famiglie è difficile, perché siamo entrambi sposati e il mio socio Max ha una bambina. Quando siamo a casa, cerchiamo di seguire orari d’ufficio: sveglia alle 8, in studio alle 9, si lavora fino alle 19. Nel weekend la routine si scombina: arriviamo in hotel alle 20, ceniamo, dormiamo per qualche ora, andiamo nei club alle 2, finiamo alle 5 e poi ripartiamo alle 7. I pro sono molto più importanti dei contro. Non cambierei questa vita, sicuramente.

I vostri bootleg sono celebri per unire pezzi appartenenti a generi ed epoche completamente differenti, come Beethoven e i Chemical Brothers oppure Taylor Swift e i Black Sabbath. Ciò denota una cultura musicale immensa, in che modo la alimentate? Come vi vengono in mente questi mashup?
Pescare artisti inaspettati e portarli nell’elettronica è l’aspetto interessante del nostro lavoro. Noi siamo cresciuti ascoltando di tutto e tuttora continuiamo a farlo. Durante i voli aerei, ne approfittiamo per ascoltare nuovi album senza distrazioni. Le nuove tendenze sono da capire, non da scartare. Tanta gente della nostra generazione, che non ha più vent’anni, tende a rifiutare quello che prediligono i giovani, come la trap, l’Auto-Tune. Quando io ascoltavo il rap, mi ricordo che i miei genitori dicevano: “Questa non è musica, è solo parlato”. Noi non possiamo rifare lo stesso errore con i giovani di oggi, per questo cerchiamo di tenerci sempre aggiornati. Siamo convinti che in tutti i generi musicali ci sia musica buona e cattiva, non c’è un genere brutto a prescindere. C’è musica di valore dappertutto, bisogna solo trovarla.
Qual è stata l’interazione più strana che abbiate mai avuto con un fan?
Con un fan tedesco. Noi arrivavamo nei locali e trovavamo nel backstage una maschera di cartone, simile alla nostra, personalizzata da lui. Convinceva i bodyguard che fosse nostro amico e riusciva ad accedere al backstage. Era un po’ inquietante. Si è fatto un tatuaggio dei DJs From Mars. Il suo decimo figlio l’ha chiamato Luca Massimiliano, i nostri nomi. È il tipico fan che, quando esce un nuovo singolo e non gli piace, magari ti aspetta sotto casa… Per adesso siamo ancora amici. È un caso molto interessante.

Quali emozioni provate quando salite sul palco di un festival e percepite l’energia del pubblico?
Ancora adesso, dopo quindici anni di serate, è sempre come la prima volta. L’emozione è uguale. Forse dirò una cosa impopolare, ma in un festival non percepisci l’energia della gente come in un club: mentre nel primo caso ci sono migliaia di persone a 50 metri dalla console, nel secondo le vedi ballare a 10 centimetri da te. Nonostante gli effetti speciali e i fuochi d’artificio, nei festival è tutto più distaccato, per questo ci rendiamo conto del successo il giorno dopo, quando vediamo i video fatti dal pubblico.
Nel 2020 avete condiviso su YouTube un “megamashup” con le migliori canzoni di musica elettronica dal 2010 al 2020. All’inizio del video appaiono le seguenti parole: We’re all facing a worldwide emergency. This challenge is changing our lives. As DJs, we can only do what we do best: music. È cambiato il vostro rapporto con la musica dopo la pandemia? È stata un’ancora di salvezza?
Eravamo quasi disoccupati perché le serate erano bloccate. Ci siamo chiesti che cosa potessimo fare in un periodo di stasi dei club e la risposta è stata “produrre”. Abbiamo realizzato questo “megamashup” come memoria dei festival degli ultimi dieci anni e come gesto di speranza, con la fiducia di rincontrare il pubblico il prima possibile. Non c’era niente da fare se non musica. La mentalità che abbiamo sempre avuto nella vita è: che cosa si può trarre di buono dalle situazioni negative?
Il 2022 è stato un anno incredibile. Non avevamo mai visto così tanta euforia tra la gente. Abbiamo avvertito una voglia di ritornare a fare festa ed era fisiologico dopo due anni chiusi in casa. Dopodiché, dal 2023 fino ad oggi, si è tornati alla normalità, ai livelli pre-Covid. Molti parlano di “crisi del clubbing”, ma il 2022 è stato un’eccezione, non dobbiamo prendere che diventi il termine di paragone.

Nel 2009 avete rilasciato una canzone intitolata Who Gives A Fuck About Deejays, ad oggi quale percezione avete della figura del dj?
La percezione è completamente cambiata, siamo stati poco profetici. Negli anni a seguire è iniziata l’ascesa dei dj, che hanno acquistato popolarità fino a suonare negli stadi. Penso che il pezzo che ha fatto partire tutto sia stato One degli Swedish House Mafia, pubblicato nel 2010. Da lì la scena elettronica è esplosa, con i grandi festival come Tomorrowland e Ultra. Prima il dj suonava in un angolo della discoteca, ora è una rockstar a tutti gli effetti. È stata un’escalation enorme e noi siamo contentissimi di fare parte di questa scena. Scherzosamente diciamo che i promoter hanno iniziato a favorire i dj, al posto delle band, perché il nostro soundcheck dura un minuto, è sufficiente una chiavetta USB!
Qual era il vostro sogno quando eravate bambini? Ora?
Il sogno era svegliarsi al mattino e fare musica. Credo che sarebbe stato soddisfacente anche solo andare in uno studio e lavorare come tecnici audio. Volevamo fare di quella passione un lavoro, senza pensare alla popolarità. Forse è questo il segreto. È un lavoro con molti alti e bassi e, se stai inseguendo i soldi, nei momenti di difficoltà rischi di cambiare direzione e seguirne un’altra più redditizia. Il sogno di adesso è un obiettivo che ci siamo imposti. Dopo anni passati a fare mashup, che non sono produzioni ufficiali, forse è ora di diventare grandi e pubblicare release ufficiali. Vogliamo far crescere questo lato del progetto. Abbiamo iniziato con Oliver Heldens, Hardwell, David Guetta, non ci possiamo lamentare. Sembra che la strada imboccata sia quella giusta.
Anna Baracco





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