Palestina-Oman: a metà tra calcio e geopolitica

“Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, come diceva il celebre allenatore Arrigo Sacchi. Si tratta di una delle più famose citazioni legate al mondo dello sport, ma probabilmente anche una delle più vere. Sono innumerevoli i casi in cui gli eventi sportivi, uscendo dalla loro dimensione di intrattenimento, sono stati valvole di sfogo per tensioni sociali e politiche. Basti pensare a quando, almeno secondo la leggenda, l’euforia legata al trionfo del ciclista Gino Bartali al Tour de France del 1948 scongiurò il rischio di una guerra civile in Italia, a seguito dell’attentato che colpì il leader comunista Palmiro Togliatti.

Spesso lo sport, e in maniera particolare il calcio, ha canalizzato l’entusiasmo popolare permettendo a chi si trovava in una situazione difficile di sfuggire per qualche ora alle preoccupazioni della vita quotidiana e sognare un futuro più felice. Questa cosa il popolo palestinese, oppresso da decenni da una tragica condizione socio-politica, lo sa bene.

La nazionale calcistica della Palestina non ha mai goduto di particolare gloria: nei suoi nemmeno trent’anni di affiliazione ufficiale alla FIFA non è mai andata vicina a qualificarsi ai Mondiali, mentre ha raggiunto solo nelle ultime tre edizioni la fase finale della Coppa d’Asia, disputando in un’occasione gli ottavi di finale. L’unica affermazione ufficiale è arrivata nella Challenge Cup del 2014, competizione che la federazione asiatica dedicava alle nazionali meno prestigiose per promuoverne i movimenti e che valeva un biglietto per la rassegna continentale.

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Tuttavia, in occasione delle recenti qualificazioni per la Coppa del Mondo 2026 che si svolgerà tra USA, Canada e Messico, è sembrato come mai prima d’ora che il grande sogno si potesse realizzare, soprattutto in virtù del nuovo formato della competizione, che prevede l’ampliamento da quattro a otto posti per le squadre asiatiche. Scampato un turno di incontri preliminari grazie al discreto ranking, il team palestinese è stato inserito in un gruppo dominato dall’Australia e all’interno del quale, sgomitando contro Libano e Bangladesh, ha raggiunto il secondo posto. Per la prima volta, è entrato in una fase più avanzata.

Nel successivo girone la situazione si è fatta più complicata sia per il livello superiore degli avversari sia per il disagio di dover disputare gli incontri “casalinghi” lontano da casa – Malesia, Qatar e Giordania –, a causa della condizione devastante nella quale versa il Paese. Nelle prime sette giornate i punti sono stati solo tre, ma si è potuto vantare il piccolo successo di bloccare due volte sul pareggio i giganti continentali della Corea del Sud. L’inaspettato cambio di prospettive è giunto negli ultimi incontri: due vittorie contro Iraq e Kuwait, sufficienti a mantenere vive le speranze. Con una vittoria contro l’Oman, infatti, i palestinesi avrebbero raggiunto la quarta posizione, qualificandosi per un ulteriore “gironcino”, che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe potuto valere un biglietto per l’America. Anche nel caso di un secondo posto il gioco non sarebbe stato chiuso: avrebbero potuto puntare a un ripescaggio passando per uno spareggio interzona contro una delle squadre peggio posizionate nel girone sudamericano.

La sera dello scorso 10 giugno, allo Stadio Re Abdullah di Amman, è andata in scena la partita decisiva contro l’Oman, quella in cui si è giocato un pezzo importante di sogno. Il piano sembrava filare alla perfezione: dopo un primo tempo equilibrato, la Palestina si è portata avanti con un colpo di testa da corner del centrocampista Kharoub e poi ha gestito il tempo rimanente senza troppa sofferenza.

È stato proprio all’ultima curva che è giunta la beffa più atroce possibile. Quando mancavano poche decine di secondi alla fine dei minuti di recupero, un ultimo pallone è stato gettato nell’area palestinese. Vi si è avventato un giocatore omanita che, percependo un piccolo contatto avversario su una gamba, si è lasciato cadere. Nonostante la leggerissima entità del tocco, l’arbitro ha preso decisione in maniera netta e ha assegnato un rigore, come direbbero gli inglesi, at the last kick of the game. Il tiratore designato non si è lasciato condizionare dalla responsabilità, spiazzando il portiere e infrangendo definitivamente i sogni dei cosiddetti Leoni di Canaan.

La sensazione di sconforto e dispiacere per il risultato beffardo è stato forte per tutti i palestinesi, ma lo è stato molto di più per il protagonista del fallo, il terzino Ahmed Taha, vittima di un destino particolarmente avverso.

Il difensore classe 2001 è nato a Kafr Qasim, una cittadina a venti chilometri da Tel Aviv, nel territorio israeliano vicino al confine con la Cisgiordania, da una famiglia di origini palestinesi. Nel marzo del 2025 ha deciso di rappresentare a livello nazionale la squadra d’origine dei genitori – il primo giocatore a farlo dopo aver militato in un club israeliano – ed è finito al centro di una campagna di odio intollerabile. Subito dopo la sua clamorosa decisione, durante una partita di seconda divisione israeliana, gli avversari del Maccabi Jeffa, al momento dell’entrata in campo, si sono rifiutati con sdegno di stringergli la mano.

L’opposizione però non è arrivata soltanto dalle tifoserie o dai colleghi, ma dalle stesse istituzioni politiche. Miki Zohar, Ministro della Cultura e dello Sport del sesto governo Netanyahu, ha pubblicamente condannato la sua scelta, ritenendo grave che un giocatore del campionato israeliano avesse deciso di vestire la maglia rappresentativa di un’entità che, stando alle sue dichiarazioni, contrasta l’esistenza dello stato d’Israele. Sono stati anche lanciati appelli alla federazione calcistica affinché indagasse sulla vicenda e procedesse con delle sanzioni, ma il tutto si è risolto con un nulla di fatto. È infatti garantita dalle norme della FIFA la possibilità che uno sportivo rappresenti una nazionale ad essa affiliata, a patto che ne abbia i requisiti di cittadinanza.

Taha non ha rilasciato alcuna dichiarazione in questi mesi difficili, dedicandosi unicamente alla propria attività agonistica, ma è divenuto, per un terribile scherzo del destino, uno dei simboli viventi di un decennale conflitto etnico e politico, che da quasi tre anni si sta radicalizzando in maniera sempre più pesante.

Samuele Bonino

Fonti:

Domani: https://www.editorialedomani.it/fatti/ahmad-taha-terzino-nato-israele-gioca-palestina-nazionale-fallo-spezza-sogno-mondiale-oman-nezixx91

Cronache di spogliatoio: https://www.instagram.com/reel/DKz6rh3NtpU/?igsh=MTVzMjVncTV2dWxxdg==

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Qualificazioni_al_campionato_mondiale_di_calcio_2026_-_AFC

Sky Sport: https://sport.sky.it/calcio/arrigo-sacchi-frasi-famose

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