Bob Dylan: spontaneamente sé stesso

Bob Dylan nasce nel 1941 in Minnesota da una famiglia di origine ebraica. Appassionato di musica, inizia la sua formazione dedicandosi al genere del rock n’roll. Appena ventenne si interessa ai fenomeni culturali che scuotono la New York degli anni Sessanta, città in cui decide di trasferirsi. È proprio qui che, nel 1962, nasce il suo primo album, Bob Dylan. Conosciamo così un giovane artista, imperfetto e ancora un po’ acerbo, in cui però già si intravede la spontaneità che sarà la cifra stilistica della sua carriera musicale.

Il primo album vende poco e riceve poche attenzioni da parte della critica, ma la sua originalità emerge fin da subito. “Suonavo le canzoni folk con un atteggiamento rock n’ roll. Era questo che mi rendeva diverso e mi permetteva di emergere dalla massa e di farmi notare”, dirà lo stesso Dylan. La visibilità, comunque, non tarda ad arrivare in seguito alla pubblicazione — poco più di un anno dopo — di The Freewheelin’ Bob Dylan, album straordinario che si posiziona ventiduesimo nella classifica USA e primo in quella britannica. Le canzoni inedite hanno un successo clamoroso, tanto da entrare nella memoria collettiva e rimanervi impresse. L’esempio più celebre è rappresentato dal brano Blowin’ In The Wind — in apertura della facciata A del vinile — che rimane ancora oggi una canzone senza tempo. Con una copertina iconica — raffigurante l’artista a passeggio per una New York innevata insieme alla compagna del tempo, Suze Rotolo — questo album non è che il trampolino di lancio di un percorso lungo, ricco e sofisticato quale sarà la discografia di Bob Dylan. Questa prima composizione sarà inoltre di grande ispirazione per una moltitudine di altri musicisti, tra cui anche Neil Young.

Il terzo album, The Times Are A-Changing, non si fa attendere. Uscito nel 1964, i suoi testi riflettono l’ondata di cambiamento che invade il Paese dell’artista. Già dal titolo emerge l’impegno politico di questo lavoro, concepito nel pieno degli avvenimenti che portarono all’assassinio di John Kennedy. Ascoltiamo qui una versione di Dylan più matura e tagliente, che ha molto da raccontare. Un esempio è il brano With God On Our Side, in cui il cantautore si scaglia contro le guerre, indistintamente dal motivo che le muove. Questo è il primo album senza cover; tutti i pezzi sono infatti inediti, registrati da Dylan stesso accompagnandosi con la chitarra e l’armonica. Tuttavia, lo spazio della musica non basta per dare sfogo a tutto il suo estro: la compilation comprende anche undici poesie, che compaiono sul retro della copertina.

I media e i giornali del tempo lo descrivono come portavoce della sua generazione, etichetta che Bob Dylan fa in fretta a scrollarsi di dosso con il quarto album del 1964, Another Side Of Bob Dylan. Di nuovo, il titolo risulta significativo per comprendere il messaggio contenuto nei brani. Il cantante si ritrae infatti nella sua dimensione privata, indagando la propria sfera emotiva. Emerge la sua capacità di raccontare l’affetto e le dinamiche di coppia con estrema dolcezza, senza però rinnegare la presa di posizione politica dell’album precedente. Bellissima, tra le altre, It Ain’t Me Babe.

Ma la musica di Bob Dylan è dinamica e in continua evoluzione. Pertanto, il romanticismo dell’ultimo album viene sostituito dal nuovo interesse per i poeti della beat generation. L’incontro con i Beatles ispira il cantautore a cimentarsi in testi più surreali: ne è un esempio il brano Bring It All Back Home. Ancora una volta il titolo parla, e in questo caso fa riferimento al ritorno verso il rock n’roll, genere di formazione dell’artista. In questo nuovo lavoro, Dylan incide la prima metà dei pezzi in elettrico, mentre la seconda facciata — interamente acustica — si apre con il celebre pezzo Mr. Tambourine Man (inciso anche dai Byrds in elettrico), brano che si conquista un posto tra le hit più famose di sempre.

Possiamo notare come i successi non si esauriscano mai nella straordinaria discografia di Dylan: basti pensare a Like A Rolling Stone, canzone di sei minuti nata da una poesia di dieci pagine che l’artista stesso definirà “un lungo pezzo di vomito”. Nonostante la sua lunghezza non adatta ai ritmi radiofonici e sebbene la sua pubblicazione come singolo rimase fino all’ultimo un’incertezza, questo brano lascia ancora oggi un’impronta non trascurabile.

Arrivati a questo punto non sarà una sorpresa scoprire che, in qualità di cantautore polimorfo quale era, nel 1966 Dylan si affacciò al genere country. In un momento di stallo, seguendo il consiglio di un produttore, si recò a Nashville, dove il suo estro da hipster della Grande Mela si scontrò con il tradizionalismo dei puritani conservatori del Sud. Questi ultimi rimasero particolarmente stupiti di fronte alla sua modalità di creazione immediata: Dylan, infatti, non si recava in studio di registrazione con canzoni già pronte e confezionate. Al contrario, scriveva spontaneamente appena prima di registrare, e i brani prendevano forma sottoposti a continue modifiche e perfezionamenti, come una statua che emerge a poco a poco da un tronco grezzo. Lo scontro tra le due parti durò ben poco e il connubio si realizzò nel disco Blonde On Blonde. La collaborazione ebbe talmente tanto successo che nel 1969 uscì anche Nashville Skyline, album interamente country, molto più leggero e rilassato rispetto ai precedenti, il quale fu oggetto di diverse critiche, che tuttavia non scalfirono minimamente l’artista. Proprio a questo album si deve il singolo The Girl From the North Country, rifatta qui insieme a Johnny Cash.

Ma questo è solo l’inizio della lunghissima discografia di Bob Dylan, artista che in molti hanno tentato di imitare: missione alquanto ardua, poiché Dylan, rimanendo sempre sé stesso, ha lasciato nel mondo della musica la sua personalissima impronta, che risulta ineguagliabile.

Alice Aschieri

Fonti:

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