Y2K Bug: l’apocalisse digitale è stata rimandata al 2038?

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Era la notte del 31 dicembre 1999. Mentre il mondo intero si preparava a festeggiare e a stappare bottiglie di champagne per celebrare l’ingresso in un nuovo millennio, nelle banche, nelle centrali nucleari e nelle torri di controllo degli aeroporti, migliaia di tecnici trattenevano il respiro. E la domanda che ci si poneva, ingigantita dai giornali di tutto il mondo, era: “I computer capiranno che siamo nel 2000 o crederanno di essere tornati indietro al 1900?”.

Questa è la storia del Y2K Bug, la più grande isteria di massa dell’era moderna, un evento che ha segnato il confine tra analogico e digitale, svelando per la prima volta quanto il mondo fosse ormai diventato dipendente da righe di codice.

Crediti immagine: https://blog.boson.com/1999-in-tech-the-y2k-bug

Perché due cifre?

Per comprendere il Millennium Bug bisogna fare un salto indietro, agli anni ’60 e ‘70. All’epoca, la memoria dei computer era una risorsa preziosa e perciò costava parecchio. Un megabyte di spazio, che oggi non conterrebbe nemmeno una fotografia scattata col cellulare a bassa risoluzione, aveva costi astronomici e arrivava a occupare anche stanze intere.

La soluzione per risparmiare soldi e spazio fu semplice: nelle date, si tagliavano i primi due numeri dell’anno. Il 1975 diventava “75”, il 1998 diventava “98” e così via. Risparmiare due byte per ogni data inserita, moltiplicato per milioni di record in database governativi o bancari, significava risparmiare milioni di dollari. Tutti i computer sapevano che il “19” era sottinteso, ma nessuno dei programmatori si preoccupò di cosa sarebbe successo dopo il 1999. Quando l’orologio digitale fosse scattato da “99” a “00”, il computer avrebbe interpretato quel numero come “1900”. E quale sarebbe stato il rischio? Interessi bancari negativi, sistemi di sicurezza bloccati e reti elettriche in tilt perché i software di manutenzione avrebbero creduto di non essere stati aggiornati da un secolo.

L’isteria di massa e il nulla cosmico

Man mano che la data fatidica si avvicinava, la preoccupazione tecnica si trasformò in panico sociale. Le persone avevano paura che gli aerei sarebbero caduti dal cielo perché i loro sistemi di navigazione si sarebbero spenti in volo, o che i sistemi di controllo del traffico aereo avrebbero perso traccia dei velivoli. Si aveva paura che gli ascensori si sarebbero bloccati tra i piani e che i semafori sarebbero impazziti, causando ingorghi letali.

Le vendite di generatori elettrici, cibo in scatola e armi negli Stati Uniti impennarono. Nacquero addirittura dei comitati “survalisti” pronti a ritirarsi in bunker isolati per sopravvivere a questa apocalisse. C’era chi ritirava tutti i contanti dalla banca, temendo che i registri digitali venissero azzerati, eliminando definitivamente i risparmi di una vita. Ma anche in Italia la situazione fu presa sul serio: la Protezione Civile e il governo istituirono comitati di crisi permanenti, preoccupati per le erogazioni delle pensioni INPS e per la stabilità della rete elettrica nazionale. Il Vaticano, d’altra parte, invitava alla preghiera e alla “prudenza informatica”.

Mentre il pubblico oscillava tra scetticismo e panico, nel dietro le quinte i governi e le aziende di tutto il mondo richiamarono in servizio programmatori in pensione — gli unici che conoscevano i vecchi linguaggi di programmazione, ancora fondamentali per l’economia mondiale — per setacciare miliardi di righe di codice e correggere quelle due cifre. Si stima che la spesa globale per la correzione si sia aggirata tra i 300 e i 600 miliardi di dollari. Una cifra colossale.

Quando la mezzanotte arrivò in tutto il mondo divenne chiaro che l’apocalisse era stata rimandata. I telegiornali si ritrovarono a commentare fuochi d’artificio e feste in piazza e, a parte qualche intoppo minore — un orologio in una stazione francese che segnava il 1900 e videonoleggi che addebitavano multe per film restituiti con “100 anni di ritardo” —, il mondo continuò a girare come niente fosse. Gli aerei rimasero in cielo, i semafori continuarono a funzionare e i bancomat a sputare denaro.

Esempio di errore nel cambio data in una scuola di Nantes, in Francia. Crediti immagine: https://lmo.wikipedia.org/wiki/Millennium_Bug

La nuova minaccia: Y2038

Il lascito del Y2K non è la paura, ma la consapevolezza. Fu il preciso momento in cui l’informatica smise di essere un hobby per fanatici e divenne l‘infrastruttura del mondo moderno. Ma nei codici si nasconde già una nuova bomba a orologeria: il “Problema dell’anno 2038” (o Y2038), radicato nell’architettura dei sistemi Unix, su cui si basa gran parte di internet, dei server mondiali e dei sistemi embedded — router, modem, sistemi di bordo delle auto.

Molti computer contano il tempo calcolando i secondi trascorsi da un istante preciso, la cosiddetta “Unix Epoch”, fissata convenzionalmente alle 00:00:00 UTC del 1º gennaio 1970. Questi sistemi, spesso basati su architetture a 32 bit, immagazzinano il conteggio in una sequenza di cifre binarie. Un sistema a 32 bit può contare fino a un numero massimo: 2.147.483.647. Arrivati a questo numero, lo spazio finisce. E quel preciso secondo scoccherà proprio il 19 gennaio 2038, alle 03:14:07 UTC.

Un secondo dopo, il contatore andrà in overflow. A causa del modo in cui i computer gestiscono i numeri positivi e negativi, il valore “salterà” a quello negativo più basso possibile: -2.147.483.648. Il risultato? Il computer crederà di essere stato trasportato indietro nel tempo, precisamente alle 20:45:52 del 13 dicembre 1901.

Perché fa più paura del Millennium Bug?

Se il Y2K ha colpito mainframe bancari e software aziendali, il problema del 2038 è molto più insidioso perché riguarda i sistemi embedded: il sistema ABS delle autovetture, il termostato intelligente, i satelliti GPS, i macchinari medici in ospedale. Molti di questi dispositivi, infatti, hanno software “scolpiti” nell’hardware, difficili da aggiornare senza sostituire fisicamente il pezzo. Mentre i moderni PC e smartphone a 64 bit sono già immuni — in quanto sono in grado di contare il tempo per miliardi di anni senza nessun tipo di problema —, il mondo è ancora pieno di vecchie architetture a 32 bit che lavorano. La sfida del 2038 non sarà riscrivere il codice, ma trovare tutti quei piccoli e invisibili computer nascosti.

La lezione del Y2K e la prospettiva del Y2038 ci insegnano una verità su di noi: viviamo in un presente digitale in cui ogni riga di codice è una promessa di funzionamento che, però, nasconde al suo interno una data di scadenza. E il tempo, sia per gli uomini che per le macchine, scorre inesorabile. La domanda, dunque, non è se ci sarà un altro bug informatico, ma se saremo pronti, ancora una volta, a patchare il futuro un attimo prima della fine.

Deborah Solinas

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