Netflix è uno strumento geopolitico?

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Uno dei più grandi provider di contenuti multimediali al mondo è attualmente utilizzato per mettere in secondo piano, se non propriamente per cancellare, le memorie dell’intero popolo palestinese. Confrontando le poche informazioni fornite sul genocidio e quelle che invece si propongono di umanizzare e legittimare lo stato di Israele, infatti, si può notare come vi sia un tentativo di influenzare il grande pubblico nella percezione del conflitto.

Attraverso i suoi 260 milioni di abbonati, Netflix esercita un soft power capace di definire il canone culturale globale, decretando ciò che merita rilevanza e ciò che invece è destinato all’oblio. Il termine, coniato dal politologo Joseph Nye, descrive la capacità di una nazione o di un’entità di influenzare i comportamenti e le preferenze altrui tramite l’attrazione, i valori e la cultura, anziché servendosi di metodi coercitivi (hard power). In questo caso la piattaforma non riflette la realtà, piuttosto la modella.

Questa capacità di persuasione assume una connotazione inquietante quando si trasforma in quello che gli esperti definiscono “soft power negativo“. Un esempio emblematico è rappresentato dalla rimozione, avvenuta nell’ottobre 2024, della collezione Palestinian Stories. Lanciata nel 2021, la rassegna comprendeva 28 film e documentari pluripremiati (tra cui opere di registi come Annemarie Jacir e Mahdi Fleifel) curati originariamente dalla società di distribuzione Front Row Filmed Entertainment.

Tecnicamente, Netflix ha giustificato l’operazione con la fisiologica scadenza dei contratti di licenza come riportato da testate quali The Intercept ma l’effetto concreto dell’azione va oltre alla gestione burocratica dei cataloghi. Rendere invisibile il patrimonio visivo di un popolo proprio mentre viene minacciata l’esistenza stessa di quest’ultimo trasforma quella che normalmente è una scelta commerciale in un atto politico: si ha l’esercizio di un potere che non si limita a proporre contenuti, ma che ha la forza di decretare l’oblio della memoria storica di un’intera nazione.

All’eclissi della produzione mediatica palestinese si contrappone il branding di Israele come etnostato (entità in cui l’identità nazionale poggia sul predominio di un’unica etnia), supportato da una precisa operazione d’immagine. Come evidenziato nel rapporto The Screen and the State, il movimento sionista ha sfruttato Netflix per esportare un’idea di identificazione nazionale definita, trasformando le serie TV in strumenti di legittimazione globale: Israele si raffigura dunque come una nazione high-tech, democratica, vibrante e popolata da individui coraggiosi ed empatici, caratteristiche che spiccano nelle serie dal successo mondiale Fauda, Long Story Short e Bad boy.

L’impatto del cosiddetto Netflix Effect trascende il mero intrattenimento per riflettersi concretamente sugli equilibri geopolitici mondiali, poiché le narrazioni con cui si viene a contatto plasmano non solo la sensibilità dell’opinione pubblica, ma anche l’orizzonte cognitivo dei decisori politici. In questo scenario, la finzione smette di essere tale per farsi strumento di orientamento strategico. Qualora un governo si trovi a dover giustificare il proprio sostegno militare o diplomatico a uno Stato oggetto di innumerevoli condanne internazionali, la strada risulterà spianata poiché l’opinione pubblica è stata nutrita per anni da narrazioni cinematografiche capaci di umanizzare lo stato di Israele, relegando la Palestina ai margini e riducendola a una percezione unidimensionale. Quando un genocidio viene silenziato, anche la capacità critica dello spettatore viene neutralizzata.

Emerge quindi una discrepanza tra la Netflix Culture, di facciata progressista e inclusiva (la piattaforma ha celebrato infatti con enfasi il Black History Month o il Pride in diverse occasioni) e la sua realpolitik aziendale. Se da un lato Netflix si vende come paladina dei diritti delle minoranze, dall’altro agisce sottobanco quando si tratta dei diritti dei palestinesi. Dietro Netflix si nasconde uno dei più potenti motori di propaganda contemporanea, con il potere di normalizzare l’esistenza di un etnostato sorto sulle ceneri di una deportazione di massa.

Già nel 2021, in occasione dell’uscita del film Farha, diretto da Darin Sallam, la piattaforma era stata coinvolta nella politica discriminatoria operata da Israele nei confronti di contenuti come quello qui citato. La pellicola che racconta l’invasione di un villaggio palestinese da parte delle forze sioniste nel 1948 è stata il primo film sulla Nakba a uscire sul sito di streaming. Fin da prima della pubblicazione, il governo israeliano tentò di boicottare il film definendone il contenuto ovvero ciò che per i palestinesi è una realtà storica una bugia. Netflix inizialmente si rifiutò di togliere il prodotto dalla piattaforma, suscitando le proteste di Israele, ma, con l’incombente scadenza dei diritti per il suo mantenimento nel catalogo, nel 2025 il film è stato rimosso. 

lkNakba, 1948. Crediti palestine-studies.org : https://www.palestine-studies.org/en/node/1651256

È proprio nel 2025 che Netflix si riempie di contenuti filo-israeliani: titoli scelti per i motivi più variegati e compresi in un catalogo molto vasto, i quali sembrerebbero avere un intento propagandistico. Il sostanziale problema è l’asimmetria netta tra i contenuti di matrice ebraica, che rischiano di essere strumentalizzati a sostegno di tesi sioniste, e quelli di natura palestinese. Se da un lato i documentari sulla Shoah sono facilmente disponibili sulla piattaforma Netflix ne propone infatti un’ampia gamma sono del tutto assenti contenuti informativi sulla Nakba, sull’occupazione del territorio palestinese dal secondo dopoguerra, o che rappresentino la realtà quotidiana nella Striscia di Gaza.


Anche sui social è palese l’ambiguità: su Instagram esiste un account dedicato esclusivamente a Netflix Israele, mentre quando si tratta della Palestina viene tutto ricondotto a Netflix “MENA” (Middle East North Africa). Questo profilo fa capo a diversi Stati che non condividono la lingua né i tratti culturali, trattati come un ammasso informe di identità che non vale la pena rappresentare singolarmente. In Netflix MENA si raggruppano, in ordine alfabetico: Algeria, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iran, Iraq, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia e Yemen. L’arabo è designato a lingua ufficiale, di conseguenza vengono ignorate tutte le sue varianti, nonostante alcuni di questi Stati abbiano lingue completamente differenti, come nel caso del persiano per l’Iran (lingua di origine indoeuropea). 

Il potere non viene gestito solo attraverso bugie e illusioni, ma anche tramite l’identificazione emotiva e l’omissione. Nessuno dice esplicitamente allo spettatore chi ascoltare, ma si sceglie quale storia raccontare, quale prospettiva mostrare, con quale frequenza e quale profondità. Sta a chi guarda capire l’impatto di questa selezione e avere lo spirito critico necessario per accorgersi di quanto la realtà sia distorta, per poter così smascherare i tentativi di propaganda silenziosa e capire in che modo chi occupa posizioni di rilievo cerchi di influenzare il pubblico. 

Censurare la memoria visiva di un popolo significa partecipare simbolicamente alla sua cancellazione fisica.

Giulio De Meo e Nemo Cirillo

Fonti

Diane Colman, Netflix and the shaping of global politics, Open Book Publishers, ultima consultazione: 6 febbraio 2026 , link: https://doi.org/10.11647/obp.0423.03

Diplo Team, DiploFoundation, The screen and the State – When Netflix met geopolitics, 16 ottobre 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://www.diplomacy.edu/blog/the-screen-and-the-state-when-netflix-met-geopolitics/

Marco Fanciuso, “Netflix ha cancellato dei film Palestinesi? La piattaforma spiega la decisione”, Netflix Cinema, 2024, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://cinema.everyeye.it/notizie/netflix-cancellato-film-palestinesi-piattaforma-spiega-decisi-751893.html

Giuseppe Gariazzo,«Farha», la storia della Palestina negli occhi di una ragazza”, Il Manifesto, 2021, ultima consultazione: 06 febbraio 2026, link: https://ilmanifesto.it/farha-la-storia-della-palestina-negli-occhi-di-una-ragazza

Nikita Mazurov, “Netflix Wiped Most of Its “Palestinian Stories”, The Intercept, 2024, ultima consultazione: 1 marzo 2026, link: https://theintercept.com/2024/10/25/netflix-palestinian-stories-israel-movies/

Peter Suciu, “The Netflix effect: How stories shape real-world geopolitics”, The National Interest, 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://nationalinterest.org/blog/buzz/netflix-effect-how-stories-shape-real-world-geopolitics-ps-110925

Viola Fiore, Osservatorio sulla legalità e sui diritti ONLUS, 29 ottobre 2024, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: http://www.osservatoriosullalegalita.org/24/acom/10/29violagaza.htm ultima consultazione 6 febbraio 2026

Wikipedia, Farha, 11 giugno 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://it.wikipedia.org/wiki/Farha

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