Negli ultimi anni è diventato quasi un luogo comune: chiunque abbia una minima sensibilità ambientale sa che l’industria della carne ha un impatto significativo sul clima. Le immagini degli allevamenti intensivi, delle distese di mangimi e delle foreste abbattute per far posto al bestiame sono entrate nel dibattito pubblico e hanno contribuito a cambiare la percezione collettiva del problema.
Eppure, dietro questa consapevolezza crescente, si nasconde una realtà molto più ampia.
Spesso il dibattito si concentra sugli allevamenti intensivi, considerati il simbolo per eccellenza dell’insostenibilità. Meno noto è il fatto che l’impatto ambientale dell’industria zootecnica non dipende soltanto dalle condizioni in cui gli animali vengono allevati, ma soprattutto dalla quantità di risorse necessarie per produrre carne, latte e derivati su larga scala.
Secondo la FAO, l’intera filiera del bestiame è responsabile di circa il 14,5% delle emissioni globali di gas serra generate dall’uomo, una quota paragonabile a quella dell’intero settore dei trasporti mondiali. Gran parte di queste dispersioni deriva dai bovini, sia per la produzione di carne che di latte, attraverso il metano emesso durante la digestione e la gestione dei reflui.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda proprio i latticini. Nel dibattito pubblico, latte, formaggi e yogurt vengono raramente associati alla crisi climatica con la stessa intensità della carne, perché non implicano l’uccisione diretta dell’animale e sono percepiti come generi alimentari meno impattanti. In realtà, la produzione lattiero-casearia dipende quasi interamente dagli stessi allevamenti bovini responsabili di una quota rilevante delle emissioni del settore zootecnico; le mucche da latte emettono grandi quantità di metano durante la digestione, richiedono vaste superfici per il pascolo e la coltivazione dei mangimi e consumano enormi quantità di acqua. Per alcuni prodotti caseari l’impatto può essere sorprendentemente elevato: la stagionatura dei formaggi, per esempio, richiede grandi quantità di latte e può generare una diffusione di gas serra paragonabili o addirittura superiori a quelle di alcune tipologie di carne, se calcolate per chilogrammo di prodotto.
Le emissioni rappresentano infatti solo una parte del problema. L’aspetto forse più sorprendente riguarda proprio l’utilizzo del suolo: oggi circa l’80% dei terreni agricoli globali è destinato al bestiame, considerando sia i pascoli sia i campi coltivati per produrre mangimi. Nonostante ciò, carne e latticini forniscono una quota relativamente ridotta delle calorie consumate dall’umanità; in altre parole, la maggior parte della superficie agricola del pianeta viene utilizzata per sostenere un sistema che restituisce una quantità di cibo molto inferiore rispetto alle risorse impiegate. Ed è qui che emerge uno degli equivoci più diffusi.
Molti consumatori ritengono infatti che il problema riguardi esclusivamente gli allevamenti intensivi. Di conseguenza, scegliere carne o latticini provenienti da allevamenti all’aperto o “a terra” viene spesso percepito come una soluzione ambientalmente sostenibile. La realtà però è più complessa.
Gli allevamenti estensivi possono certamente offrire condizioni migliori dal punto di vista del benessere animale. Tuttavia, nei termini di tutela ambientale, continuano a richiedere enormi quantità di terreno, acqua e risorse naturali; anzi, in alcuni casi necessitano di superfici ancora maggiori rispetto agli allevamenti intensivi, proprio perché gli animali dispongono di più spazio per pascolare.
Questo non significa che tutti i sistemi produttivi abbiano lo stesso impatto: esistono differenze importanti tra territori, pratiche agricole e specie allevate; significa però che il problema non può essere ridotto alla semplice contrapposizione tra allevamento intensivo e allevamento all’aperto.
A questo punto, quanto è sostenibile destinare una quota così elevata delle risorse del pianeta alla produzione di alimenti animali?
Per decenni l’industria zootecnica è stata considerata una componente inevitabile dello sviluppo economico e della sicurezza alimentare. Oggi, però, la crescita della popolazione mondiale, la crisi climatica e la perdita di biodiversità stanno costringendo governi, istituzioni internazionali e comunità scientifica a riconsiderare questo modello.
Diversi studi hanno confrontato l’impatto ambientale di diversi modelli alimentari, evidenziando come le diete con una minore presenza di prodotti animali abbiano generalmente un’impronta ecologica significativamente inferiore rispetto alle diete onnivore tradizionali. In particolare, la riduzione di carne e latticini comporta benefici rilevanti in termini di emissioni, uso del suolo e consumo di risorse naturali.
Non si tratta necessariamente di immaginare un mondo senza carne o senza latticini. Il punto è comprendere che l’impatto dell’industria non si limita alle immagini degli allevamenti intensivi che compaiono nei documentari o nelle campagne ambientaliste. Riguarda invece l’uso del territorio, la deforestazione, il consumo di acqua, le emissioni di metano e la trasformazione degli ecosistemi su scala globale.
Sono dati che gli scienziati e le organizzazioni internazionali discutono da anni; eppure, nel dibattito pubblico, continuano spesso a essere percepiti come una questione di scelte esclusivamente individuali: la bistecca nel piatto, il latte nel frigorifero, il formaggio al supermercato.
La realtà è che dietro quei prodotti esiste una delle industrie più estese e influenti del pianeta, un sistema che occupa gran parte delle terre agricole del mondo e che contribuisce in modo significativo alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità. Ed è proprio questa scala del fenomeno che, ancora oggi, rimane largamente invisibile.
Francesca Zanasi
Fonti
Baroni Luciana, L’alimentazione veg: contro lo sfruttamento degli animali, per la salute e per l’ambiente, in De Vido Sara e Gazzola Monica (a cura di), Lineamenti di diritto e diritti degli animali non umani, Edizioni Ca’ Foscari, 2025, pp. 281-283.
FAO, “Livestock solutions for climate change”, Rome, Italy, 2017, link: https://openknowledge.fao.org/items/2985e4e2-3c37-4e7c-aa7c-3655de93d53c
Mercy For Animals, The Problem, ultima consultazione: 20 giugno 2026, link: https://mercyforanimals.org/about/problem/





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