“Kokuho” di Lee Sang-il: il teatro kabuki al cinema

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Al Far East Film Festival di Udine, il 26 aprile, il pubblico italiano ha avuto modo di visionare in anteprima nazionale la nuova opera fuori concorso di Lee Sang-il, Kokuho, uscita poi nelle sale italiane il 30 aprile. 

L’opera è di una bellezza concitata e si contraddistingue per l’argomento trattato, che è presente in misura minore nella storia del cinema: il teatro kabuki. Questa forma d’arte drammatica, infatti, miscela poetica di danza, recitazione e canto, è nata nel XVII secolo in Giappone ed è stata rappresentata cinematograficamente da Daniel Schmid ne Il volto dipinto (1995) e da Takayama Yukiko in The Maid of Dojoji Temple (2004).

L’aspetto peculiare di questo teatro, che ritroviamo anche in Kokuho, è che le donne non possono recitare: i loro ruoli spettano agli onnagata, attori maschili specializzati nell’interpretazione femminile. 

In Kokuho, a indossare l’abito dell’onnagata è Kikuo (interpretato da Soya Kurokawa e poi da Ryo Yoshizawa), figlio di uno yakuza assassinato. Il ragazzo sin da giovane (1964) ha la passione per il kabuki e si esibisce in contesti amatoriali. Dopo la morte del padre, viene accolto dal maestro teatrale Hanjiro Hanai (interpretato da Ken Watanabe), che lo indirizza, tramite duri allenamenti e prove faticose, alla perfezione nell’arte drammatica. Lì conosce il figlio di Hanjiro, Shunsuke (interpretato da Ryusei Yokohama), con cui stringe un legame molto difficile, costituito da momenti di fratellanza e rivalità. 

Girare un film sul teatro è da sempre un’operazione complicata: il rischio è di proporre delle pièce teatrali slegate e sottotono. In Kokuho, però, questo non avviene, grazie alla regia ambiziosa, sontuosa e sicura di Lee Sang-il, coadiuvata dalla seducente fotografia di Sofian El Fani e dalla sceneggiatura ben impostata da Satoko Okudera, la quale riesce a ben adattare l’omonimo romanzo del 2018 scritto da Shuichi Yoshida.

Attraverso drammi noti nella cultura giapponese — tra cui Doppio suicidio d’amore a Sonezaki, Renjishi, Fanciulla airone, La ragazza del glicine e La vendetta dei 47 ronin il film percorre la vita di Kikuo, determinata da vittorie, sconfitte, amori, tragedie e violenze. È una vita che si confonde con la rappresentazione, che si specchia nell’arte e viceversa.

Tuttavia, l’arte qui è sintomo di una doppia strada: dedicarsi alla vocazione assoluta a costo di annullarsi per diventare puro veicolo di una tradizione più grande. Kokuho, infatti, rappresenta la scomparsa dell’io dentro la forma, un tema estetico che rimanda allo yugen, concetto difficilmente traducibile in italiano che indica una bellezza misteriosa, sotterranea e parzialmente visibile, la quale invita lo spettatore a esplorare le sfumature nascoste della vita.

Kokuho è anche un film sulla disciplina e sull’etica del dovere giapponese, che rimanda all’arte come percorso ascetico. In questo senso, poiché l’arco temporale si sviluppa dal 1964 al 2014, assistiamo a una tradizione che cerca di resistere anche all’interno della contemporaneità. 

Da spettatori occidentali non possiamo far altro che rimanere ammaliati, immersi in un’opera solenne e rigorosa, che gradualmente ci guida nelle pieghe dei tessuti pregiati e decorati, nei trucchi stilizzati e simbolici, nelle scenografie ingegnose e astratte. Il canto risuona per il suo carattere declamato a metà tra la parola e la musica, la danza per i movimenti lenti, circolari e misurati: nell’insieme contempliamo un atto rituale, preciso ed elegante.

Gli attori, che si sono allenati per mesi grazie anche alla consulenza della star del kabuki Nakamura Ganjiro IV, sono riusciti a rendere l’autenticità di questa forma espressiva, supportati da una regia allusiva e mirata a dare l’effetto di veridicità. 

È un film sul gesto come significato: attraverso il gesto leggiamo la disciplina, il carattere, l’emozione, i movimenti dell’anima, la grazia, la perdita, il destino. Kokuho è un’opera commovente, non senza una dose di rabbia e dolore, che all’interno della diegesi filmica ritroviamo negli episodi della vita dei personaggi, divisi tra l’ambizione e il sacrificio, ciascuno con le proprie fratture personali. Un film che si districa, dunque, tra opera teatrale, palcoscenico, backstage e vita reale dei soggetti. 

In definitiva, Kokuho non è soltanto un film sul teatro kabuki, né un semplice racconto di formazione o di rivalità artistica. Piuttosto, si tratta di una riflessione profonda sul prezzo della dedizione assoluta, su che cosa significhi farsi tramite di una tradizione fino a scomparire in essa.

Nel volto truccato di Kikuo, nei suoi gesti calibrati e nella sua voce non vediamo più soltanto un individuo, bensì la sopravvivenza stessa di un’arte che attraversa il tempo e i corpi, consumandoli e allo stesso tempo rendendoli immortali. È proprio in questa tensione, tra presenza e assenza, tra vita e rappresentazione, che il film trova la sua dimensione più autentica e struggente.

E allora Kokuho resta impresso non solo per la sua magnificenza visiva, ma anche per la sua capacità di interrogare lo spettatore: quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per diventare qualcosa di più grande?

Marco Novello

Fonti

Far Est Film Festival, Kokuho, ultima consultazione: 21/06/2026, link: https://www.fareastfilm.com/film/kokuho/.

Raganelli Giampiero, “Kokuho di Lee Sang-il”, Quinlan-rivista di critica cinematografica, 26/04/2026, ultima consultazione 21/06/2026, link: https://quinlan.it/2026/04/26/kokuho/.

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