Limiti e possibilità dell’opinione mediatica

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Che i social network siano divenuti parte della vita pubblica di tutta la società è ormai un fatto assodato, con tutti i pro e i contro del caso. La comunicazione è ormai costante e ininterrotta, siccome gli strumenti elettronici non presentano limiti significativi di spazio, intensità o ritmo. Ogni utente è al tempo stesso destinatario e potenziale emittente e il flusso non conosce orari né confini nazionali: è una condizione storicamente inedita e, come tale, ancora in gran parte incompresa.

Tale status quo già viene sfruttato a fini malevoli, come dimostra la strategia flood the zone — di cui ho parlato in un articolo con Ludovica Portuesi a questo link. Per controllare il discorso pubblico è sufficiente saturare lo spazio informativo con annunci, smentite e provocazioni, privando la società civile del tempo necessario a processare tutto ciò.

Se la rete si presta a un uso simile, vale la pena riflettere su com’è fatta. In che modo è possibile piegare le architetture dei social media al proprio volere? In che misura tutto ciò influenza la cultura su larga scala?

L’impulso, prima di tutto

I social network non sono stati progettati per essere di per sé dannosi. Il compito principale degli algoritmi è mostrare ai singoli utenti ciò che massimizza il loro screen-time — in altre parole, ciò che interessa e cattura il pubblico. La macchina impara a conoscere chi si affaccia ad essa, analizzando i modi d’interagire con i contenuti via via proposti.

social media apps on phone | Jason Howie | Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico

Su larga scala, questo genera delle bolle di feed personalizzati che racchiudono determinate categorie di persone, divise a seconda delle loro inclinazioni. La natura del materiale trasmesso può variare molto. Il reale, attraverso gli schermi, finisce per frammentarsi, divenendo piuttosto uno specchietto opaco che mostra principalmente quel che già si ha dentro, quel che già si va cercando. Questa però è una faccia sola della medaglia.

L’universalità amica della democrazia

A ben vedere, la semplicità funzionale dei social aumenta vertiginosamente la quantità di eventi che i media possono coprire. Non serve più che una redazione decida in anticipo dove piazzare una telecamera: la telecamera è già ovunque, nelle tasche di tutti, e questo accresce notevolmente la possibilità che qualcuno stia registrando nel momento giusto.

Infatti, sono proprio i contesti dittatoriali a barricare l’internet in momenti di difficoltà interne. Lo ha fatto l’Iran durante i massacri di gennaio: per giorni non c’era modo di sapere con precisione cosa stesse accadendo. La mancanza di copertura mediatica ha poi avuto come conseguenza un minore coinvolgimento emotivo della comunità internazionale, non solo per l’assenza di video, ma anche perché le informazioni sarebbero giunte a fatto ormai compiuto.

L’estetica audio-visiva come nuova retorica

Oggi come in passato, l’immagine coinvolge ben più del testo scritto: c’è una differenza psicologica abissale fra leggere «più di 100 palestinesi morti in un attacco delle truppe israeliane» e vedere dei video che comprovano la notizia, con testimonianze dirette. I social network non sono che l’ennesima declinazione storica di questo imperativo dell’esperienza. Siamo nati per vedere, non per leggere, così come tendiamo a sentire l’istante, anziché soffermarci sul continuo.

Masala racconta l’Iran che prende in giro gli Stati Uniti con delle animazioni “lego” divenute virali

Da qui, la priorità del formato video sull’argomentazione testuale. Anche nei video argomentativi stessi (come le video-inchieste), la forza persuasiva di quel che si va denunciando si basa soprattutto su riprese di repertorio, grafiche fluide e interviste. La costruzione estetica, l’armonia con cui il video scorre diventano parte fondamentale dell’informazione stessa — e lo stesso vale per questo articolo.

Non a caso, negli anni, YouTube ha iniziato a ospitare sempre più contenuti socialmente rilevanti, con una crescita esponenziale del cosiddetto infotainment — i cui massimi esponenti italiani sono Alessandro Masala, col suo Breaking Italy, e i video di approfondimento di Giovanni “Giopizzi” Pizzigoni.

Giopizzi spiega Polymarket, piattaforma dove qualunque evento geopolitico diventa una scommessa

Questo approccio da un lato filtra “in commedia” temi che il giornalismo tradizionale rendeva impegnativi e impegnati, dall’altro costringe le notizie a far parte di uno show, uno “spettacolo” — una forma dunque più “artistica”, più “personale” e distante dai classici toni neutri del giornalismo.

I trend non si fabbricano… o quasi

L’informazione o divulgazione che si vuole svolgere sul web è costretta a sottostare alle regole di quest’ultimo: generalmente, un video mediocre al momento giusto ha più probabilità di essere visto di un video migliore al momento sbagliato. Ecco perché gli influencer di qualsiasi piattaforma riprendono fatti di attualità per realizzare meme o sketch comici. Non è solo desiderio espressivo di affrontare un certo tema, è anche necessità di intercettare le attenzioni già presenti nel pubblico.

Insomma, non si può forzare un’ondata d’interesse pubblico; ciò che si può fabbricare è l’occasione. Si possono realizzare campagne coordinate, con reti di bot che rilanciano lo stesso messaggio nello stesso momento, convincendo l’algoritmo che si tratti di un fenomeno spontaneo, umano. In questo modo finiscono per avere un’artificiosa rilevanza anche contenuti che diversamente non l’avrebbero e, quando ciò accade, il compito di distinguere tra originale e artefatto ricade interamente sugli utenti.

Il canale di Matteo “Abbozzo” Abozzi, che sul web realizza sketch comici, parla di filosofia e cultura.

Lo stesso principio si applica nel campo dell’arte. Quando escono film molto attesi, come The Odyssey di Christopher Nolan, la produzione social si smuove tutta assieme, un po’ per intercettare l’interesse del pubblico in termini utilitaristici, un po’ perché chi realizza video finisce per immergersi nelle fluttuazioni d’interesse del pubblico online, divenendone parte in maniera proattiva, nel ruolo di creatore di contenuti piuttosto che di fruitore.

Bisogni comunicativi e fonti creative

I “bisogni comunicativi” del pubblico — nozione che ho già introdotto in un articolo precedente — sono così soddisfatti dai creatori di contenuti, mentre i grandi autori, musicisti e registi fungono piuttosto da “fonti creative” che trainano la cultura grazie alle loro opere. I creativi danno vita a qualcosa che prima non c’era, i creatori di contenuti fanno qualcosa di totalmente nuovo: chiudono lo spazio fra le opere e il pubblico generalista.

Il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer chiamava storia degli effetti l’idea che nessuna opera ci arrivi nuda: la riceviamo sempre attraverso la stratificazione delle interpretazioni che l’hanno preceduta, senza che esse rappresentino un ostacolo alla comprensione, ma piuttosto la condizione stessa in cui la comprensione avviene. Oggi, tutto ciò avviene nel giro di qualche ora, senza controllo — e questo vale anche per le notizie.

Il canale indiano Firstpost raccoglie vari meme sull’Odissea di Nolan un giorno dopo l’arrivo nelle sale.

Così, l’interpretazione arriva quasi contemporaneamente all’opera stessa. Un film lo si conosce attraverso le clip, i meme, le reazioni e le polemiche assai prima di vederlo e, quando finalmente lo si vede, è già piegato da un filtro. L’orizzonte con cui ci accostiamo a qualsiasi oggetto culturale è oggi costruito in tempo reale ed è costruito da chi, di lavoro, occupa lo spazio comunicativo nel momento giusto.

Emanuele Pilan

Fonti

Gadamer Hans-George, Verità e Metodo, traduzione: Gianni Vattimo, Milano, Bompiani, 2000.

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