Senza chiedere il permesso: tre lezioni di autorevolezza femminile

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Chiunque nasca in un corpo femminile e cerchi di farsi strada all’interno di ambienti prettamente maschili, quali sono tutt’ora quelli di potere, lo sa bene: a prescindere dal proprio livello di preparazione o dal proprio percorso di vita, accademico e professionale, si finisce sovente per vedersi sminuire.

Il pensiero maschile continua a essere predominante e le donne faticano a guadagnarsi uno spazio pubblico rispettato alla pari di quello dei loro colleghi uomini. Ecco le storie di tre donne, che idealmente rappresentano tre generazioni di intellettuali, legate tra loro dalla volontà di impiegare liberamente la propria intelligenza, senza chiedere il permesso a nessuno.  

Gualberta Alaide Beccari

L’Italia fu fatta coll’armi, collo studio e il lavoro conviene consolidarla; perciò è di mestieri che ognuno, quale ebbe la felicità di nascere sotto il suo cielo, alacre vi concorra. E la donna non dev’essere da meno dell’uomo in questo compito santo: nella sua mente Dio accese la scintilla dell’intelligenza, nel suo cuore pose il germe d’ogni nobile sentimento. Missione di donna è angelo di conforto, consigliere, inspiratore dell’uomo; […] se comprendendo la sua missione, fervida la segue, l’uomo non vedrà più in essa, né attenterebbe, la propria schiava, ma la parte migliore di sé stesso”. [1]

Così scrive Gualberta Alaide Beccari nel Programma de La Donna, la prima rivista scritta da donne per donne in Italia, da lei fondata nel 1868.

Beccari, nata a Padova nel 1842, cresce in una famiglia caratterizzata da fervidi ideali repubblicano-mazziniani, che ella stessa erediterà e che diventeranno componente concettuale fondamentale della sua rivista. Mossa dalla volontà di rendere più stabile la neonata nazione italiana e di attuare un cambiamento dal punto di vista etico, Beccari ritiene sia necessario che i cittadini italiani si impegnino socialmente anche al fine di creare un’immagine rinnovata del femminile. Beccari sostiene l’emancipazione della donna, la quale, soltanto dopo aver ricevuto un’istruzione adeguata, potrà ottenere i diritti civili e politici che le spettano e sarà in grado di trasmettere dei valori alle future generazioni, nella sua veste di “madre cittadina[2]. Portatore di questo suo intento educativo è anche il periodico La Donna, che infatti accoglie come primo sottotitolo Periodico morale ed istruttivo – poi modificato negli anni a venire per ben due volte. Uno spirito di rinnovamento anima la rivista, fondata in seguito alle amare delusioni, soprattutto, della componente femminile della società, a cui il Codice civile Pisanelli (1865) impone la subordinazione al padre e al marito, in qualità di figlie e mogli, e a cui rende impossibile accedere all’istruzione superiore e al voto, oltre che a qualunque partecipazione politica, possedere la propria dote e avere la responsabilità genitoriale sui figli.

Il principale desiderio di Beccari alla fondazione de La Donna, attorno alla quale si riuniscono borghesi istruite, di cui una buona parte insegnanti, è consentire alle donne di essere informate ed educate riguardo tematiche assai variegate: arte, scienza, letteratura e politica. 

Beccari e il suo periodico non attendono a lungo prima di ricevere delle critiche da parte dei conservatori e dei cattolici, i quali accusano le prime forme del movimento femminile di voler depravare le donne, per indurle ad allontanarsi dal loro ruolo ‘naturale’: quello di angelo del focolare[3]

Benché Beccari rappresenti una figura di patriota in grado di unire, all’amore per la nazione, il sostegno verso la causa femminile, il suo nome rimane oggi ingiustamente relegato ai margini della memoria collettiva. Soprattutto le giornaliste del presente, in Italia, dovrebbero conoscere Beccari, così da essere portatrici consapevoli della sua eredità. 

Grazia Deledda

“Un’altra poetessa in Italia? Di’, di’, Umpini, e il marito?”

“Sì, il marito sì, – disse il Lampini. – “È venuto la settima scorsa in redazione […]

“E come si chiama?”

“Il marito? Non so.”

– Luigi Pirandello, “Suo Marito”

Protagonista del celebre romanzo di Pirandello Suo marito (1911) è una scrittrice, Silvia Roncella, che in poco tempo riesce a ottenere un enorme successo letterario con il sostegno del marito. Quest’ultimo, Giustino Boggiolo, supporta l’operato della moglie in tutto e per tutto, fino a scegliere di vivere nell’ombra della fama di lei. Di qui, smette di avere un nome proprio: diventa “suo marito”, “Giustino Roncella”, e viene sbeffeggiato continuamente per la sua posizione di “subordinazione” alla moglie che, al tempo, era inammissibile.

Non è un caso che Pirandello si sia ispirato alla vicenda di una nota, e disprezzata, collega: Grazia Deledda. Originaria di Nuoro, si trasferì a Roma con il marito, Palmiro Palmesani, quando il successo letterario cominciò a crescere. Fu proprio lui, suo più grande sostenitore e ammiratore, a decidere di lasciare il lavoro per dedicarsi all’attività di agente per la moglie.

Deledda, donna di successo in un mondo in cui la letteratura era roba da uomini, finì per diventare una delle più affermate scrittrici del Novecento, nonostante i pregiudizi in quell’ambiente fortemente maschilista mettessero in secondo piano il suo talento letterario: talentuosa o meno, era una donna. E una donna che ha una tale notorietà, per di più sostenuta da un uomo, dà fastidio. “Dietro a un grande uomo c’è una grande donna”; il contrario, guarda caso, non si dice.

Deledda, grande esempio di forza e resilienza in un mondo che le remava contro, esattamente cent’anni fa, nel 1926, ottenne il premio Nobel per la Letteratura, divenendo la prima donna italiana a ricevere questo riconoscimento. Eppure, ancora oggi, i programmi scolastici non le danno il giusto peso – il più delle volte, non considerandola nemmeno. A peggiorare le cose, a un secolo di distanza, Deledda resta ancora l’unica donna italiana ad aver vinto il Nobel. 

Michela Murgia

“Se sei un uomo forte, sei un professionista. Se sei una donna forte, sei una stronza”.

– Michela Murgia, “Morgana”

La scrittrice nasce a Cabras nel 1972 e fugge appena può, reinventandosi in mille maniere: cameriera, impiegata, insegnante. Poi, il successo: dal blog anonimo scritto di notte ad Accabadora (2009), ai numerosi saggi, articoli e interventi pubblici su temi tanto importanti quanto scomodi: femminismo, intersezionalità, eutanasia, aborto. Murgia non si ferma e, soprattutto, non sta mai zitta, costringendoci a guardare la nuda realtà dei fatti: il sessismo nei gesti quotidiani, le dinamiche dietro cui si cela il fascismo, e molto altro. Tutto ciò sempre senza mai abbassare la testa o assumere toni da vittima, senza scusarsi per il disturbo arrecato – anzi, se una donna che alza la testa disturba, dovremmo farci due domande. Le reazioni avverse sono state numerose: “brutta”, “paffutella”, “inguardabile”[4]. E questi stessi termini dovrebbero indurre alla riflessione: se è una donna a infastidire, i commenti spesso vertono sull’aspetto fisico; invece di dire “non sono d’accordo con te” a una donna, le si dice “sei un cesso”.

L’odio non si è esaurito nemmeno con la sua morte: a distanza di due anni, gli haters continuano a insultarla nei commenti dei post pubblicati in sua memoria, come se le sue parole scottassero ancora. E che dire del recente scandalo di Michele Mari, vincitore del Premio Strega, che ha liberamente sostenuto che Murgia fosse “intransigente perché brutta”. Volendo riconoscere un lato positivo: chi viene dimenticato, smette di dare fastidio. Michela Murgia continua a fare rumore.

In conclusione

La svalutazione del pensiero e del ruolo femminile è una dinamica tuttora presente, e non è soltanto figlia dei secoli scorsi. È necessario accorgersi del fatto che, soprattutto sulla base di quanto vissuto da Murgia, le donne che aprono bocca per dire verità scomode spaventano ancora. Il lascito più importante di queste tre intellettuali è questo: quando un posto ci spetta, non dobbiamo chiedere il permesso di occuparlo, ma dobbiamo prendercelo.    

Vanessa Musso

Monica Poletti

Fonti:

Beccari Gualberta Alaide, Programma, «La Donna», 12 aprile 1868, n. 1, p. 1, in Bufano Rossella, Il progetto politico-educativo di Gualberta Alaide Beccari nell’Italia unita, in Rivista di Studi Politici – S. Pio V”, pp. 22-38, link: https://www.rivistadistudipolitici.it/wp-content/uploads/2025/09/APES-Rivista-Studi-Politici-2025-2-02-Bufano.pdf

Gazzetta Viviana, Biografia, in Enciclopedia delle donne, data di pubblicazione: 2012 (ultimo aggiornamento: 2023), ultima consultazione: 29 luglio 2026); link: https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/gualberta-alaide-beccari#:~:text=Protagonista%20della%20nascita%20del%20movimento%20emancipazionista%20italiano%2C,Solerti%2C%20nella%20quale%20recitava%20anche%20la%20madre.

Molinari Luca, Un caso esemplare nella lotta per l’emancipazione femminile: nasce la rivista “La Donna” di Gualberta Alaide Beccari, in Storiologia, ultima consultazione: 29 luglio 2026; link: https://www.storiologia.it/donna/donna06a.htm#:~:text=%C3%88%20da%20notare%20come%20l’ex%20mazziniano%20(poi,ambienti%20liberal%2Dconservatori%20reazionari%20e%20in%20quelli%20cattolico%2Dclericali.

Murgia Michela, Tagliaferri Chiara, Morgana, 2020.

Pirandello Luigi, Suo marito, 1911.

Ricciardi Vanessa, “La caccia a Michela Murgia «la strega»: anni di articoli e tweet per screditare le sue idee”, Domani, data di pubblicazione: 13 agosto 2023, ultima consultazione: 26 luglio 2026; link: https://www.editorialedomani.it/politica/italia/caccia-a-michela-murgia-strega-articoli-tweet-per-screditare-le-sue-idee-prmaa97l

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