L’autunno ha qualcosa di particolare. Non è soltanto una stagione di passaggio: è il momento dell’anno in cui il cambiamento diventa visibile. Le giornate si accorciano, la luce cambia, le foglie cadono e il paesaggio sembra lentamente perdere la sua forma estiva. È una trasformazione naturale, ma anche un’immagine che può suggerire qualcosa di più: il trascorrere del tempo, la memoria, ciò che finisce e ciò che non possiamo trattenere.
È proprio in questa dimensione di passaggio che l’autunno può diventare una chiave interessante per leggere la poetica di Eugenio Montale, in particolare nella raccolta di poesie Ossi di seppia. Nella sua poesia la natura non è quasi mai un semplice sfondo, poiché un muro, una foglia, un albero, un sentiero o il mare possono diventare il punto di partenza per una riflessione sulla condizione umana.
Montale nasce a Genova nel 1896 e il paesaggio ligure rimane una presenza fondamentale nella sua opera, soprattutto nella prima raccolta, Ossi di seppia, pubblicata nel 1925. La raccolta è fortemente legata alla Liguria e al paesaggio delle Cinque Terre, dove il poeta trascorre parte della giovinezza. È un paesaggio lontano dall’immagine tradizionale della natura rassicurante: è fatto di rocce, muri, vegetazione, vento, sole e mare, ma anche di aridità e ostacoli. La realtà quotidiana appare concreta, quasi ruvida, e proprio per questo può diventare materia poetica.

Montale vorrebbe sentirsi scabro ed essenziale, proprio come il linguaggio che utilizza e il paesaggio che descrive nelle sue poesie.
Lo si può notare già ne I limoni. Montale prende le distanze dai «poeti laureati», cioè da una poesia che ricerca immagini solenni e raffinate, e rivendica invece l’importanza delle cose comuni. Il paesaggio dei limoni, dei sentieri e degli orti non è un semplice esercizio descrittivo, bensì è uno spazio nel quale può improvvisamente aprirsi la possibilità di vedere la realtà in modo diverso.
È un aspetto fondamentale per capire anche il rapporto di Montale con l’autunno. La stagione non deve necessariamente essere presente in modo esplicito perché il suo significato possa emergere. Ciò che conta è l’idea di una natura in trasformazione, capace di rendere evidente una condizione più generale, ovvero quella di un essere umano che cerca un senso senza riuscire ad afferrarlo completamente.
Un esempio particolarmente significativo si trova in Spesso il male di vivere ho incontrato. In pochi versi, Montale associa il “male di vivere” a immagini concrete della natura: il «rivo strozzato», la «foglia riarsa», il «cavallo stramazzato». La foglia è un’immagine particolarmente interessante, se la si guarda attraverso la lente dell’autunno. Non rappresenta semplicemente la stagione, ma evoca una condizione di fragilità, di perdita e di precarietà.
Il riferimento più rilevante all’autunno si trova però nella poesia Scendendo qualche volta:
Scendendo qualche volta
gli aridi greppi
ormai divisi dall’umoroso
Autunno che li gonfiava,
non m’era più in cuore la ruota
delle stagioni e il gocciare
del tempo inesorabile […]
Come è evidenziato nel commento dell’edizione del 2023: “La maiuscola apposta alla stagione ne comporta la personificazione.”
L’autunno dimostra che ciò che vediamo non è immobile. Le foglie cambiano colore e cadono; ciò che oggi appare familiare domani può essere diverso. In Montale questa consapevolezza si lega spesso alla memoria. In Cigola la carrucola del pozzo, per esempio, un’immagine del passato sembra riaffiorare attraverso l’acqua del pozzo: «Trema un ricordo nel ricolmo secchio». Il ricordo, però, non restituisce davvero ciò che è stato: l’immagine appare e subito si perde.
La poesia diventa così anche una riflessione sull’impossibilità di recuperare il passato. Il tempo non può essere semplicemente percorso a ritroso. Possiamo ricordare, ma non possiamo tornare esattamente nel luogo e nel momento che abbiamo perduto.
Questa dimensione rende particolarmente interessante l’autunno, una stagione che, quasi naturalmente, invita alla memoria.
Uno dei motivi ricorrenti dell’opera montaliana è la ricerca di un possibile “varco”: un momento in cui la realtà potrebbe improvvisamente rivelare qualcosa che normalmente rimane nascosto. Eppure quel varco non è garantito. Può aprirsi per un istante e poi richiudersi.
In questo senso, anche l’autunno può essere visto come una soglia. È una stagione che sta tra due condizioni: tra la pienezza dell’estate e il silenzio dell’inverno, tra la luce e il buio, tra ciò che resta e ciò che scompare. Il suo fascino non deriva soltanto dalla malinconia, ma dalla consapevolezza del cambiamento.
E forse è così che Montale può parlare ancora ai lettori di oggi. Non perché i suoi versi offrano una spiegazione dell’esistenza, ma perché mostrano come anche un dettaglio apparentemente insignificante possa diventare una domanda. Una foglia, un rumore, un sentiero, un’immagine del passato: elementi comuni che, osservati attentamente, possono mettere in discussione il nostro modo di guardare il mondo.
L’autunno di Montale, allora, non è semplicemente il paesaggio della malinconia. È il paesaggio della trasformazione. Ci ricorda che le cose cambiano, che la memoria non restituisce ciò che abbiamo perso e che dietro ciò che vediamo potrebbe esserci qualcosa che non riusciamo completamente a comprendere.
Non è una risposta rassicurante, ma forse la forza della poesia di Montale consiste proprio nella capacità di trasformare l’incertezza in una forma di attenzione. E davanti a un paesaggio autunnale, quando tutto sembra lentamente cambiare, imparare a guardare può essere già un modo per cominciare a interrogarsi.
Elisabetta Noce
Fonti
Montale Eugenio, Ossi di seppia, [1925], a cura di Pietro Cataldi e Floriana D’Amely, Mondadori, Milano, 2003.




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