Per negazionismo intendiamo una “forma estrema di revisionismo storico”, che va oltre la mera reinterpretazione degli eventi storici o evidenze scientifiche e si spinge fino alla completa negazione di questi ultimi. Questo fenomeno si è fortificato durante il post-illuminismo: fu proprio in questo periodo, infatti, che si fece strada la teoria dell’evoluzione, in un mondo in cui la “verità” comunemente accettata era quella creazionista. La reazione di molte persone, soprattutto quelle particolarmente legate all’interpretazione letterale della Bibbia, fu quella di negare e perseguitare, a priori, teorie che fossero diverse da quelle legittimate fino a quel momento.
Questo meccanismo di difesa è tanto radicato nell’uomo poiché si alimenta di un bisogno primitivo, quale quello di ancorarsi a una zona sicura per la sopravvivenza e guardare con ostilità al cambiamento, che propone qualcosa a noi ignoto. La definizione è chiara e scinde perfettamente il negazionismo, ovvero la negazione a priori di un fenomeno, con lo scetticismo, che invece si basa sulla verifica di un contenuto e su una sua eventuale negazione a posteriori. La scienza si basa sullo scetticismo, e come tale è in continua evoluzione.
Ci si potrebbe chiedere come mai il negazionismo sia un fenomeno che ancora oggi, nonostante tutti i mezzi d’informazione a nostra disposizione, sussiste e anzi si espande, tanto da poter parlare di una “nuova era del negazionismo”. Rispondere a questa domanda in maniera univoca è impossibile, soprattutto perché le cause sono svariate e non sempre riconducibili alla scarsa cultura del singolo individuo. Una parte del problema è infatti costituita dalle ambiguità del giornalismo e della scienza quando si rivolgono a un’audience poco esperta.
L’uso del linguaggio scientifico rivolto al grande pubblico
I problemi di comunicazione sono il fulcro del povero – e talvolta inesistente – dialogo tra scienza e mass media. Le spiegazioni troppo difficili, esenti da qualsiasi tipo di semplificazione, demoralizzano in partenza il lettore o l’ascoltatore ad interessarsi alla discussione. Molto spesso ciò accade perché lo scienziato non “riesce” a sacrificare l’accuratezza estrema dei dettagli dell’informazione che vuole dare in nome della chiarezza generale di quest’ultimo, e ciò porta a un allontanamento automatico del pubblico.
L’esperto diventa, in questi casi, un vero e proprio professore, che pensa a una conferenza stampa, un’intervista, un articolo, come a una lezione da imporre ai suoi studenti. Ma l’approccio giornalistico, a causa delle sue dinamiche repentine (si pensi al botta e risposta dell’intervista) spesso non lascia spazio alle spiegazioni più complesse di un problema.
A questo punto, deve subentrare una conoscenza base delle regole di comunicazione e di divulgazione delle informazioni, che permettano di gerarchizzare l’informazione in sé a partire dal contenuto più importante che si vuole far conoscere, e solo dopo scendere nei dettagli.
La mancanza di preparazione scientifica di base
Se da una parte la comunità scientifica non riesce a comunicare in maniera efficace con il grande pubblico, dall’altra troviamo una audience che potrebbe non avere strumenti per concepire i concetti fondamentali di un argomento scientifico.
Basta ascoltare solo alcuni dei discorsi che sentiamo quotidianamente da chi ci è intorno per notare evidenti lacune su definizioni e argomenti che dovrebbero essere oggi alla portata di tutti: ad esempio, la differenza tra correlazione e causalità, il significato di distribuzione di dati, di crescita esponenziale, senza le quali un qualsiasi approccio all’interpretazione dei dati sarebbe impossibile.
Estremizzazione e drammatizzazione
Alla base del catastrofismo portato dai titoli dei giornali, che vengono premiati a dispetto della chiarezza dell’argomento trattato, si possono individuare diverse cause. Da una parte, il giornalista di oggi deve battersi in quella che è una guerra all’attenzione del suo pubblico: ogni giorno veniamo iper-stimolati dall’ultimo podcast da ascoltare, dall’ultimo articolo da leggere, dall’ultimo evento da conoscere, e trovare materialmente il tempo per poter informarsi su tutto è letteralmente impossibile.
Il nostro cervello deve, quindi, fare una scrematura automatica di quello che riceve e questo, chi lavora nella comunicazione, lo sa bene. Perciò, aprendo una pagina di giornale, le parole come “allarme”, “pericolo” ma anche avverbi indefiniti – e talvolta estremizzanti nel contesto in cui vengono usati – come “nessuno” o “tutti”, saranno quelle che maggiormente attireranno l’attenzione del lettore. In questi casi basta andare a leggere più a fondo per rendersi conto che le preoccupazioni presentate non sono reali e quei “nessuno” o “tutti” non sono accompagnati da statistiche che possano provarli.
Il giornalismo a tesi
Un altro ostacolo per cui il giornalismo fa fatica a raccontare la scienza è il fatto che le due si basano su delle fondamenta diverse, seppur queste abbiano lo stesso obiettivo, ovvero raccontare i fatti: la scienza, come ribadito, si basa sullo scetticismo e ogni certezza a cui approda non è mai una certezza assoluta, ogni risposta che trova può portare a ulteriori domande.
Il giornalismo ha bisogno, al contrario, di dare delle certezze, di stabilire una tesi e una antitesi, di creare un duello tra due fazioni, anche per poter destare l’interesse del pubblico: ciò porta a una polarizzazione degli argomenti e quindi, ad esempio, chi è scettico sull’utilità delle mascherine all’aperto è automaticamente un negazionista, e ogni dialogo viene sacrificato in nome di un dualismo inverosimile tra giusto e sbagliato.
Tale tendenza porta, sempre più frequentemente, a confrontare argomenti scientifici con argomenti anti-scientifici, come se la principale obiezione a evidenze scientifiche fossero unicamente quelle non scientifiche e ponendo sullo stesso piano contenuti verificati e supportati da studi con pure speculazioni (si pensi all’IPCC e al NIPCC).
Gli interessi personali e l’importanza delle fonti
Facciamo un passo indietro e pensiamo alle campagne pubblicitarie degli anni ‘50, quando le aziende del tabacco pubblicizzavano quest’ultimo omettendo le problematiche legate alla salute.

Senza andare così tanto indietro, possiamo anche pensare alla recente campagna di Coca-Cola, che si sta facendo portabandiera dell’ideale di sostenibilità, pur essendo tra le prime produttrici di bottiglie di plastica al mondo.

(credits: https://www.coca-colaitalia.it/sostenibilita/packaging-riciclo/nuove-bottiglie-rpet-riciclabili)
Quando leggiamo o ascoltiamo certe opinioni, dobbiamo chiederci anche chi le sta dicendo. Gli interessi personali delle aziende rendono la comunicazione ambigua e ciò risulta in un sempre più complesso processo di delucidazione dei fatti. In particolare, ciò è ben visibile quando si vedono iniziative “sostenibili” patinate in realtà solo da un greenwashing fatto di confezioni di carta riciclata.
Le ideologie
Ricollegandoci a ciò che abbiamo detto all’inizio, il limite spesso non arriva da fattori esterni, bensì dalla difficoltà che si incontra nell’abbandonare le proprie convinzioni personali, basate su certezze e abitudini ormai radicate, per far spazio a nuove opinioni. Questo ulteriore bias cognitivo è forse il più significativo quando ci informiamo su un argomento di nostro interesse: dobbiamo letteralmente lottare contro la nostra mente, che vuole portarci “al sicuro” su ciò che pensiamo di conoscere, e virare verso un punto di vista a cui non avevamo pensato. I negazionisti sono spesso succubi di questo meccanismo, che li porta, per ogni obiezione posta, ad approdare allo stesso risultato.
Per poter approfondire gli argomenti del negazionismo potrebbero interessarvi, per iniziare, questi articoli:
Denialism: what drives people to reject the truth (The Guardian)
Perchè il giornalismo fa fatica a raccontare la scienza (Il Post)
Dalila Papapicco
Crediti immagine in copertina: http://www.tp24.it






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