Greenwashing parte I: il fenomeno in pillole.

Alcune settimane fa abbiamo affrontato, in questo articolo, il tema della Fashion Revolution Week andando a scomporre i motivi per cui è necessaria partendo dall’analisi del crollo del Rana Plaza in Bangladesh. Abbiamo provato a far luce su ciò che si cela dietro la produzione di una semplicissima t-shirt e ci siamo soffermati sull’importanza dell‘interconnessione tra i diritti della natura e quelli dell’uomo.
Capita spesso che le aziende riescano a far figurare come green e naturali i loro prodotti fornendo informazioni vaghe o sottolineando l’attenzione all’ecologia in modo eccessivo. Spesso questo non è fatto volontariamente dalle aziende, ma può essere ugualmente dannoso per il nostro pianeta e per il cambiamento climatico. Si tratta del fenomeno del greenwashing.

Greenwashing: di cosa si tratta?

Per Greenwashing si intende il tentativo di rendere i propri prodotti, da parte di aziende e multinazionali, più appetibili al pubblico richiamando forme di tutela dell’ambiente. L’esecuzione del tutto avviene per mezzo di una sorta di lavaggio che rende i prodotti verdi: ecologici e rispettosi della natura.
Ciò che si cela dietro il prodotto è però una dimensione parallela in cui di ecologia, ambientalismo e rispetto non vi è traccia.

Nel primo capitolo del Secondo Rapporto sulla Comunicazione Sociale in Italia del 2011 viene illustrata una ricerca di Terrachoice eseguita due anni prima che permette di comprendere meglio l’entità del fenomeno:

Dei più di 2.000 prodotti presi in esame, nel 98% dei casi l’impegno dichiarato si è rivelato non corrispondente ai fatti.

Greenwashing: i 7 peccati.

Il mezzo che utilizzano le aziende per veicolare le proprie informazioni ai consumatori è la diffusione di un messaggio fuorviante. Sono stati riconosciuti sette peccati caratteristici di tutti coloro che rimangono intrappolati nel fenomeno del Greenwshing. Andiamo ad analizzarli:

  1. Il compromesso nascosto.
    Questo primo “peccato” porta il consumatore a soffermarsi sui messaggi che concernono l’ambito ecologico mettendo in secondo piano le altre informazioni.
  2. La mancanza di prove.
  3. L’imprecisione o vaghezza.
    Un esempio è l’utilizzare come interscambiabili le parole naturale e verde.
  4. La presenza di informazioni non pertinenti o irrilevanti.
    In questo caso le affermazioni presentate dall’azienda sono vere e verificabili ma hanno il solo scopo di portare il consumatore a soffermarsi su altro.
  5. Il minore dei due mali, ossia andare a considerare come pericolosi tutti i prodotti che fanno parte di una categoria. Nel caso in esame vanno considerati pericolosi tutti i prodotti ecologici rifacendosi all’esempio della sigaretta ecologica che pur essendo green danneggia la salute.
  6. La deformazione dei fatti.
  7. Le false etichette, che presentano informazioni false o che vanno ad imitare marchi con i quali non si hanno però caratteristiche in comune.*

Greenwashing: come non esserne prigionieri.

Rimanere prigionieri del Greenwashing è al giorno d’oggi un fenomeno molto frequente anche perché le aziende stesse lo compiono senza esserne pienamente consapevoli.

Ti proponiamo allora due piattaforme gratuite per poter acquistare con maggiore consapevolezza e autonomia di giudizio.

Il Vestito Verde.

Il Vestito Verde è un progetto nato dalla mente di Francesca Boni, giovanissima studentessa italiana. Lo scopo è quello di raccogliere informazioni relative alla moda etica grazie a un blog e a una mappa che funge da vero e proprio database in cui trovare negozi in tutta Italia: vintage, second hand, fatto a mano, noleggio e molto altro.
Il Vestito Verde è molto attivo anche su Instagram e su Facebook, dove è presente anche un gruppo in cui ci si possono scambiare consigli relativi all’acquisto consapevole.

Good on you.

Good on You è un database che presenta una valutazione di moltissime aziende analizzando il loro impegno nei confronti del pianeta, degli animali e delle persone.

Unico limite di Good On You è quello di essere, per il momento, fruibile solo in lingua inglese.
Tra i testimonial del progetto c’è anche l’attrice Emma Watson che sottolinea come:

Sono solo una persona, ma abbiamo così tanto potere di cambiare il mondo semplicemente prestando attenzione in ciò che compriamo.

Siamo una sola persona, è vero. Ma senza la nostra persona il cambiamento non può procedere.

Gaia Bertolino

* Fonti.
Bosco N. (2011) Secondo Rapporto sulla Comunicazione Sociale in Italia (cap. 1)

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