La paura a Bruxelles raccontata da chi ci vive

Sono Matteo e da settembre 2015 vivo a Bruxelles per frequentare il Corso di Laurea specialistica in Studi Europei presso l’ULB (Université Libre de Bruxelles).
La sera di venerdì 13 novembre andai a cenare con gli amici al pub per vedere la partita Italia-Belgio. Fu una serata tranquilla, l’Italia perse e ci divertimmo, finché verso mezzanotte Paul, il mio amico belga, ricevette una telefonata; una volta chiusa la chiamata sbottò: “Era mia madre. Ragazzi, c’è stato un attentato a Parigi”. Cercai informazioni su Google: era successo davvero, ma lì per lì nessuno ci diede granché peso, nemmeno io stesso, forse perché quando succede il peggio è più facile sminuire la realtà e far finta di niente, piuttosto che prenderne consapevolezza. Dopo pochi minuti tornammo alla nostra serata, dimenticandocene, rifiutandoci di realizzare la reale gravità di ciò che era accaduto.
Più tardi, tornato a casa, lessi nuovamente le notizie, ma questa volta con attenzione: “Attentato a Parigi, un centinaio i morti”. Del tutto incredulo, realizzai finalmente cosa era successo: ragazzi che, come me quella stessa sera, erano usciti a divertirsi bevendo qualcosa con gli amici non sarebbero più tornati a casa, non si sarebbero più svegliati per andare all’università, non avrebbero vissuto mai più. Immedesimarsi nelle vittime fu estremamente facile: ci sarei potuto essere io al Bataclan, ci sarebbe potuto essere ognuno di noi. Questa consapevolezza alimentava la mia rabbia, la paura e lo sconforto, mentre mi invadeva il più profondo e totale senso di impotenza.

Passò una settimana dai fatti di Parigi, giorni durante i quali si scoprì che la cellula jihadista da cui era partito il commando per l’attentato del 13 novembre si trovava a Bruxelles. La mattina di sabato 21 novembre andai in biblioteca a studiare o, almeno, quella era la mia intenzione iniziale, perché dopo poche ore la biblioteca mandò tutti a casa e chiuse senza dare spiegazioni. Cercai su internet qualche informazione e scoprii che Bruxelles era lockdown: l’allerta era stata innalzata al livello massimo con rischio di attentato grave e imminente.
Strade vuote, metropolitana chiusa, mezzi pubblici limitati al minimo indispensabile: Bruxelles era diventata una città fantasma. L’allerta durò in totale cinque giorni, cinque giorni surreali e di paura. Poi finalmente il lento e progressivo ritorno alla normalità: il lockdown era terminato, ma, quando il sabato sera andai al pub con gli amici, il locale era semivuoto e verso l’una il proprietario fu costretto a chiudere per mancanza di clienti. Trascorse ancora qualche settimana e pian piano le strade si ripopolarono di persone, la città tornò a vivere, la gente smise di avere paura o, meglio, la dimenticò.

Quattro mesi dopo, il 22 marzo, mi ero svegliato abbastanza presto per andare all’Università; avevo acceso il cellulare e vi avevo trovato un’infinità di notifiche e messaggi da parte dei miei genitori e dei miei amici: all’aeroporto di Bruxelles erano appena scoppiate due bombe e una terza era esplosa in metropolitana alla fermata di Mealbeek. “È successo ciò che temevamo”, queste sono state le parole del Primo Ministro belga.
Il giorno seguente tutto aveva ripreso a funzionare come se nulla fosse successo: l’università, le scuole e i negozi erano rimasti aperti, i mezzi pubblici e la metro erano attivi. Tuttora non so il perché di questa decisione da parte delle autorità, ma mi piace credere che sia stato un gesto politico dettato dalla scelta di dimostrare ai terroristi che l’Europa non ha paura.

Oggi, in quanto cittadino europeo, mi rendo conto che fatti orribili come questo possono modificare fortemente l’idea di Europa che abbiamo e di cui io stesso mi sento parte. Un’Europa libera, che continuerà ad esistere solo se ogni singolo individuo, invece di lasciarsi sopraffare dall’odio e dalla paura, cercherà di approfondire nel suo piccolo i fenomeni che stiamo vivendo, attraverso la lettura, il confronto di più opinioni e soprattutto la comprensione delle dinamiche storiche, economiche e sociali che vi stanno dietro.

*Ringrazio Matteo per avermi permesso di raccontare la sua storia*

 Irene Rubino

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Un pagliaccio ha detto:

    L’ha ribloggato su Un pagliaccio e la sua matitae ha commentato:
    Sono Matteo e da settembre 2015 vivo a Bruxelles per frequentare il Corso di Laurea specialistica in Studi Europei presso l’ULB (Université Libre de Bruxelles).
    La sera di venerdì 13 novembre andai a cenare con gli amici al pub per vedere la partita Italia-Belgio. Fu una serata tranquilla, l’Italia perse e ci divertimmo, finché verso mezzanotte Paul, il mio amico belga, ricevette una telefonata; una volta chiusa la chiamata sbottò: “Era mia madre. Ragazzi, c’è stato un attentato a Parigi”.

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