Perché comprare uno smartphone alimenta la guerra civile in Congo – EcoWord

Cosa c’entrano fra loro il pc da cui sto scrivendo, lo smartphone che uso tutti i giorni e le continue violenze della guerra civile in Congo? Forse pochi sapranno che la risposta è il coltan, uno dei minerali più insanguinati dei nostri tempi.
Coltan è il termine colloquiale utilizzato dai lavoratori delle miniere nella Regione dei Grandi Laghi (regione africana che comprende Congo, Rwanda, Uganda e Burundi) per indicare la columbo-tantalite ad alto tenore di tantalio, che si estrae in questi territori. Il tantalio è il metallo con cui si realizzano componenti elettroniche di piccole dimensioni e grandi capacità, quindi essenziali in dispositivi quali computer, tablet e cellulari, perciò la sua vendita è una redditizia fonte di guadagno per i movimenti di guerriglia e i gruppi para-militari che ne controllano i territori di estrazione.

Nonostante la produzione congolese di coltan sia piuttosto esigua (solamente 50 tonnellate l’anno), la sua vendita è assai fruttuosa, a causa della rarità del tantalio e del suo conseguentemente alto valore commerciale. I gruppi armati che si impossessano del minerale possono, quindi,  venderlo con grossi introiti ad acquirenti principalmente occidentali e asiatici; questa compravendita para-legale non costituisce reato in nessuno degli stati africani interessati, eppure i soldi provenienti dalla compravendita del coltan vanno a finanziare le guerriglie: queste obbligano i minatori a cedere loro una percentuale ogni chilo di minerale estratto, lo vendono e utilizzano quel denaro per comprare nuove armi che alimentano il loro potere e quindi, indirettamente, la stessa guerra civile in Congo.

La zona più ricca di minerali di tutto il territorio congolese è la provincia di Kivu, territorio confinante con Rwanda, Burundi e Uganda, la cui popolazione da vent’anni viene sfruttata come forza lavoro nelle miniere di coltan: adulti e bambini scavano a mani nude o con l’ausilio di pale, rischiando frane e incidenti quotidiani che spesso li portano alla morte; come se non bastasse la columbo-tantalite è un materiale parzialmente radioattivo, che dopo dieci anni di lavoro porta a sviluppare gravi malattie del sistema linfatico, a cui è impossibile sopravvivere senza cure mediche adeguate.

Finora le guerre per ottenere il controllo del coltan hanno portato 11 milioni di morti, a cui si sommano tutti gli uomini e i bambini morti in miniera. Per porre fine a tutto ciò nel 2012 in Belgio è nata la campagna Pas de sang sur mon Gsm e nel 2011 il regista Frank Piasecki Poulsen ha girato il film documentario Blood in the mobile , mentre l’artista Steve McQueen già ne parlava nel 2007 esponendo Gravesend. Tutto ciò è servito a poco, ma ha perlomeno suscitato scalpore nell’opinione pubblica. Nel 2010 Obama ha istituito il Dodd-Frank Act, che obbliga a certificare la provenienza del minerale, nel tentativo di far uscire allo scoperto le aziende che si riforniscono dai giacimenti illegali congolesi; le multinazionali hanno però aggirato la riforma acquistando il coltan a Kigali, in Rwanda, dove non vi è alcuna miniera e il coltan viene in precedenza trasportato dal Congo.

È necessario che i governi internazionali si diano da fare per creare una normativa che regoli il commercio e l’estrazione del coltan, ma purtroppo coloro che traggono profitto dal traffico di minerali sono molti e nessuno ha interesse a porre fine a questi sanguinosi conflitti, che di etnico hanno ben poco e sono spesso alibi per continuare a lucrare sullo sfruttamento delle risorse minerarie.

Irene Rubino

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