La poesia del guscio di noce

Ian McEwan, ospite alla Cavallerizza Reale con il Circolo dei Lettori lunedì 20 marzo, è stato accolto calorosamente da una folla entusiasta. La coda per entrare all’evento gratuito era chilometrica; tutti quanti erano però disposti in una fila ordinatissima, quasi indiana, molto torinese. Qualcuno è rimasto fuori, ma piano piano la maggior parte è riuscita a entrare per godersi la conferenza con il celeberrimo autore inglese e il nostro Andrea Bajani, due belle menti e grandi penne a dialogo.
Dopo aver assicurato ripetutamente un rammaricato McEwan sul fatto che non avrebbe trovato cavalli (vivi) all’interno della Cavallerizza, viene subito messa in chiaro una cosa: qui l’importante non è la trama, né la suspense. Qui, l’importante è lo scrivere, e lo scrivere bene. Un romanzo come la sua ultima pubblicazione poteva rappresentare una bella caduta di stile se poco curato (per chi non lo sapesse il narratore/protagonista è un feto). Una scelta rischiosa e innovativa quella dello scrittore inglese, che poteva essere supportata solo da un grande impianto stilistico e da una prosa eccellente come la sua.
D’altro canto lui stesso ha affermato di essersi divertito molto nello scrivere “Nel Guscio”, tanto da sentirsi un po’ in colpa e chiedersi se non avrebbe fatto meglio a prendersi una lunga vacanza in Australia dopo la pubblicazione! Per tutta la durata della conferenza Ian McEwan ha intrattenuto il pubblico attento alternando il suo irresistibile humor inglese a delle riflessioni molto profonde su poesia, vita, morte e fantasmi.
In primis gli interventi mirati di Bajani hanno portato il discorso sul legame tra il suo nuovo romanzo breve e l’opera shakespeariana “Amleto”: la trama infatti è praticamente la medesima, quella cioè di un figlio che origlia (in questo caso dal pancione) il complotto tra madre e zio per uccidere il padre. I parallelismi sono innumerevoli, ma ciò che è più interessante sta ovviamente nelle differenze.
You could always trust a fetus”, ha detto McEwan scherzando della sua scelta di rendere il narratore (il feto) onnisciente nella sua narrazione. Una scelta interessante, tanto più che questi non ha ancora visto il mondo; cosa può saperne dunque? Nella tradizione classica spesso la figura del poeta è legato alla cecità (si pensi a Omero), e McEwan stesso ha dichiarato che con questo libro ha voluto rendere omaggio alla “più nobile tra le arti letterarie: la poesia”. Il poeta conosce perché capisce i sentimenti umani, anche prima di esperirli, e non ci poteva essere caso più eclatante di un qualcuno “in divenire” che riflette sul significato dell’amore e sul valore della vita.
Come Amleto il feto vorrebbe vendicare il padre, ma non può agire, solo pensare, pensare soprattutto al momento in cui uscirà fuori dal guscio, allo scoperto.
L’unica scelta che ha è quella di nascere.

Anna Contesso