A chiunque sarà capitato di entrare da H&M, Primark o Zara per comprare una maglietta o un pantalone a 5/10€ e buttarli dopo averli messi una volta, perché gli orli si sono scuciti, la cerniera si è rotta o la stoffa si è sformata. Questo accade perché è così che funziona il fast fashion.
Con fast fashion si intende quel settore dell’industria della moda che mette in vendita capi d’abbigliamento a prezzi assai contenuti e che non rinnova le proprie collezioni ogni stagione (autunno-inverno e primavera-estate), bensì ogni due settimane circa. La logica che sta dietro il fast fashion è quella di ideare e produrre capi di abbigliamento che siano:
- alla moda e venduti a prezzi estremamente economici;
- prodotti in un tempo molto breve, così da rinnovare le collezioni dopo poche settimane e far sì che il consumatore sia indotto ad acquistare subito un indumento prima che sparisca dal negozio;
- di bassa qualità e quindi abbiano una vita molto breve, così da portare il consumatore ad acquistare nuovi abiti, una volta che quelli acquistati il mese precedente sono diventati scuciti e sformati.
Ma com’è possibile che una maglietta costi solo 5€ (o meno), considerando che prima di arrivare fra le nostre mani deve essere ideata, disegnata, realizzata, trasportata e infine venduta? Per ottimizzare costi e durata del processo è solitamente l’azienda stessa ad occuparsi di ogni fase, dall’ideazione alla vendita di ogni capo di abbigliamento.
Ciò su cui le aziende tendono a risparmiare maggiormente è la manodopera: la gran parte degli indumenti prodotti da aziende fast fashion sono Made in Bangladesh, paese in via di sviluppo in cui i lavoratori vengono pagati circa 1,50€ l’ora e non hanno pressoché alcun diritto. Dopo la tragedia che nel 2013 al Rana Plaza di Dacca ha causato la morte di più di mille lavoratrici tessili, costrette a lavorare in condizioni prive di alcun tipo di sicurezza, soltanto alcuni giganti del fast fashion hanno acconsentito ad ispezioni e all’installazione di misure di sicurezza; ma molte altre sono state le tragedie di questo tipo, che hanno però causato un numero minore di morti: nel 2005 a Dacca sono morte 64 lavoratrici tessili sotto il crollo dello Spectrum utilizzato da Inditex Group, proprietario di Zara.
Un’altra fase molto importante nella quale le aziende di fast fashion risparmiano è indubbiamente quella di ideazione: com’è possibile avere un processo creativo di ideazione e disegno del capo, se ogni due settimane bisogna uscire con una nuova collezione? Ebbene, nel fast fashion il processo creativo non c’è. Brand come Zara, Forever21 e molti altri rubano le idee a creativi indipendenti, che molto spesso non hanno i soldi necessari a portare avanti una denuncia e vengono semplicemente ignorati dalla casa produttrice.
Come se non bastasse, l’industria della moda è la seconda più inquinante dopo quella del petrolio e comprare indumenti, scarpe e borse programmati per essere usa e getta non fa che aumentare i danni che questa industria crea all’ambiente: ogni anno finiscono nelle discariche 11 milioni di tonnellate di rifiuti tessili provenienti solamente dagli Stati Uniti e la maggior parte di tali tessuti è non biodegradabile, perché sintetica.
«Quando tutto è concentrato nel creare profitto, i diritti umani, dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente vengono dimenticati.» afferma John Hilary in The True Cost, film diretto da Andrew Morgan, presentato a Cannes nel 2015 e visibile oggi su Netflix, che affronta in profondità la questione dei danni ambientali e umani che l’industria della moda crea.
Ma è possibile acquistare capi d’abbigliamento che siano etici e di buona qualità a costi contenuti? Al contrario di quanto molti possano pensare, la risposta è sì.
Una soluzione estremamente economica per acquistare capi di ottima qualità a prezzi molto bassi è comprare abiti di seconda mano: se l’idea non vi convince, ecco qui 7 buoni motivi per iniziare a farlo. Altro metodo sempre più diffuso per procurarsi vestiti senza spendere nemmeno 1€ è lo swap, ovvero lo scambio di vestiti, sia semplicemente fra amiche della stessa taglia, sia durante eventi appositamente organizzati da diverse associazioni in molte città.
Se invece desiderate acquistare capi nuovi, esistono diverse aziende che producono abiti in modo etico e sostenibile, sia per quanto riguarda il costo ambientale, sia quello umano; ma ovviamente non pensate di poter acquistare una maglia etica ed ecologica agli stessi prezzi del fast fashion! Una maglia di Pact Apparel, Elegantees o Krochet Kids va dai 20€ ai 30€; mentre un pantalone di People Tree, Everlane o Alternative Apparel va dai 50€ ai 100€. Questo significa che se vogliamo che l’industria della moda cambi, prima di tutto dobbiamo apportare un cambiamento al nostro modo di fare shopping: invece di comprare decine di vestiti ogni mese – che forse non metteremo mai – e continuare ogni volta che usciamo a “non avere niente da mettere”, dovremmo smettere di consumare compulsivamente e cominciare ad acquistare pochi capi d’abbigliamento all’anno, scegliendo con cura abiti che valorizzino le nostre forme e rispecchino il nostro stile.
Irene Rubino




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