È finITA.

 

In un mondo dove l’immagine di una persona o di una squadra ha un valore, e in un Paese dove la domenica non è il giorno del Signore ma il giorno della Serie A, il danno al prestigio per la mancata qualificazione ai Mondiali 2018 è quantificabile nell’ordine delle decine di milioni di euro. Diritti d’immagine, sponsor, diritti televisivi e premi qualificazione sono tutte voci da inserire a bilancio, quando si tenta di rispondere alla domanda “Quanto è costato al calcio italiano lo scherzetto di lunedì scorso?”

A dire il vero la situazione drammatica del mondo del pallone in Italia è da far risalire al 2006, quando, sulle ceneri di Calciopoli e di quella che era la nostra credibilità sportiva, Lippi portava a casa una Coppa del Mondo insperata e menzognera. Da quel momento il calcio italiano si è gettato in un vortice di degrado e arretratezza che ha visto lunedì contro la Svezia il suo compimento. Abbiamo sempre sperato che si potesse arrivare da qualche parte con il nostro carattere e con il nostro Cuore Azzurro, ma chi vi scrive lunedì sera era a San Siro, ad assistere alla morte del nostro calcio. E alla dimostrazione che con il cuore non si può sempre vincere.

Non mi sento di incolpare i giocatori, che nei 90 minuti di Milano hanno dimostrato uno spirito encomiabile, che alla fine della partita hanno messo la faccia davanti alle telecamere e ai tifosi. Incolpo invece un sistema che puzza di stantio, un allenatore senza idee chiare e un presidente federale figlio della politica da Prima Repubblica che ancora permea gli ambienti della FIGC. Un presidente che alla sua presentazione si è reso ridicolo al mondo con una sparata sulle banane, sugli stranieri e su Optì Pobbà degna del peggior circolo del KKK degli anni ‘60. Un presidente che aveva definito le calciatrici della Nazionale Femminile “quattro lesbiche” (le stesse quattro lesbiche che sono prime nel loro girone a pari merito col Belgio e che, a differenza degli uomini, andranno ai Mondiali).

Il signor Tavecchio allora resistette in modo strenuo alle numerose voci che da ogni angolo gli chiedevano di dimettersi. Si salvò chiamando Conte, il quale con una Nazionale dal tasso tecnico ridicolo riuscì a vincere contro Belgio, Spagna, Svezia e perdere solo ai rigori contro la Germania campione del mondo. Nella giornata di lunedì 20, ha finalmente deciso di dimettersi, dopo aver perso l’appoggio dei rappresentati di Lnd e Lega Pro, incassato il No di Ancelotti alla guida della Nazionale e abbandonato da ogni suo fedele servitore. Il popolo voleva un colpevole e Tavecchio gli aveva dato la testa di Ventura da sbranare, salendo nuovamente sul suo trono per godersi il massacro, ma lo spettacolo è durato poco. In ogni caso la storia finirà qui, il prossimo presidente sarà di nuovo un politico mascherato da amante del pallone e tra qualche anno (quattro, dieci, venti, poco importa…) saremo di nuovo qui. E non capiremo mai. E non vinceremo mai più niente.

Oppure si può rifondare, ma per davvero. Votando un presidente non politicizzato, una Serie A a 18 squadre, inserendo una quota minima di primavera nelle squadre di A e B, o dando la possibilità alle squadre Primavera di giocare anche in B (come in Spagna), o ricominciando con un gruppo giovane nella Nazionale, o con un allenatore che sia Commissario Tecnico per anni e non se ne vada alla prima offerta di club, o ancora investendo sugli stadi e sui vivai… Il calcio che conta sta accelerando, sta evolvendo, sta mutando, mentre il nostro rimane ancorato al passato, alla politica spicciola, agli accordi sottobanco, al preferire il campione straniero già affermato piuttosto che credere nei talenti che il nostro calcio ha sempre sfornato. Di idee ce ne sono a dozzine, ma nessuno ha il coraggio di metterle in pratica, o di provarci. E non c’è modo per convincerci a cambiare, non c’è schiaffo abbastanza forte che possa svegliarci da questa sonnolenza. E allora addormentiamoci sul divano, mentre guardiamo i Mondiali da casa nostra.

Luca Negro

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  1. Tutto vero!! Ottimo post e alla prossima…

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