Nicola Samorí e la realtà della morte

L’artista Nicola Samorì spicca nel panorama dell’arte contemporanea grazie al carattere esclusivo della sua riflessione artistica. Quest’ultima, invero, colpisce per la profondità e la capacità di coinvolgere intensamente lo spettatore nella misura in cui restituisce una realtà comune a tutti: quella della morte.

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Colapesce canta “mi mette in mano la vita quindi mi passa la morte” e Samorì lo dipinge. Le immagini dell’artista sono realtà vive, ma in quanto vive corruttibili, fragili e sofferenti.

Nicola Samorì riflette sulla natura umana, sulla paura che tutti condividiamo, ma tacciamo. La morte è presente ed invadente, tutti egualmente ne riconosciamo l’esistenza, ma ognuno vi si confronta a modo suo. La morte rappresenta una realtà taciuta e da noi soppressa attraverso la sovrapposizione di delicatissimi strati fatti di illusioni. Quest’ultime, derivanti dalla quotidianità, dalle pubblicità, dal mondo del lavoro e dalle istituzioni, vengono invece svelate dall’introspettività della religione, della poesia e soprattutto dell’arte.

 

In tal senso l’arte di Samorì finisce per imporre in modo violento alla nostra attenzione l’esistenza della morte, della caducità, della corruzione: nell’opera dell’artista “l’umanità di spalanca davanti a noi nella misera e mirabile corporeità” attraverso un segno che non illude, ma “scortica”, scioglie e disgrega la materia, liberando la forma dai suoi limiti, portandola al di là della tela, imponendola all’interno della nostra stessa realtà.

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L’artista esprime in modo cruento ed esasperato la presenza  della morte. “La paura della carne” emerge dai fondi occultati dalle rassicuranti illusioni, le penetra violentemente e si palesa in modo spaventevole ed insolente.

Samorì afferma: “il terrore più grande consiste nell’avere un’acuta percezione di sé, della propria finitudine ed abitare una carne che si corrompe”. L’artista manifesta in maniera sfacciata la componente umana della morte attraverso una materia “pulsante”, che non sa più trattenere entro i limiti della forma l’orribile. Quest’ultimo allora trabocca e travolge l’osservatore disorientato, ma allo stesso tempo esorcizza in un’ultima intensa espressione la paura del raccapricciante, del deforme, del mortale, che deriva dalla corruttibilità della carne, dalla fragilità della vita.

Angela Calderan

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