DALL’ANTI-LINGUA DEGLI UFFICI AL MOSTRO AZIENDALESE

Circa cinquant’anni fa su “il Giorno” Calvino pubblicava “l’Antilingua”, ironica e squisita antologia del parlar chiaro, ovvero: simulata conversazione fra un uomo comune ed un brigadiere, il quale – registrando a verbale ciò che il cittadino gli dichiara- si riserva di tradurre le sue parole nella non-lingua burocratica. Lo scrittore denunciava come, di fronte alla lingua promulgata dagli uffici, dai ministeri e dalla pubblica amministrazione, fosse diventato automatico esprimersi alla pari “di una macchina da scrivere” – e come questo avrebbe causato, nelle sue prospettive, la morte dell’Italiano.

Alla luce degli anni passati, come del resto accade dai tempi dei tempi, la motivazione va ricercata nel contesto storico di riferimento. Negli anni ’50 e ’60 il nostro Bel Paese era ancora altamente dialettofono, la maggior parte della popolazione si esprimeva quasi esclusivamente in dialetto, e pochi avevano il privilegio di saper scrivere in Italiano. Di conseguenza la lingua degli uffici era avvertita come: prestigiosa, corretta, aderente alla norma.

Le caratteristiche di questa non-lingua presentataci da Calvino erano: una forte tendenza all’astrattizzazione, la vittoria della perifrasi, l’ampio ricorso al passivo e a gerundi, il rifiuto della sinonimia, la presenza di tecnicismi ed aulicismi. E nonostante le prospettive di Calvino non si siano del tutto realizzate – e l’Italiano non sia morto – il modello burocratico è stato fino a pochi anni fa largamente utilizzato negli approcci alla scrittura da parte delle persone meno colte ed addirittura adottato, fra il 1980 e il 1990, come lingua franca dallo stesso giornalismo. Tuttora il rapporto con il “burocratese” è mutato, ma se esso viene attualmente stigmatizzato, la ragione va ancora una volta ricercata nei riferimenti che cambiano e si trasformano: considerato espressione di un prototipo superato e perdente – ovvero quello del dipendente statale – è ormai privo di prestigio.

Se è vero (e lo è) che nella società di oggi a trionfare sono le aziende ed il modello di pensiero che promuovono, è anche chiaro che ci troviamo di fronte ad un nuovo tipo di comunicazione. Si tratta dell’Italiano aziendale, una lingua settoriale permeata di anglicismi e tecnicismi, nata nelle filiali italiane delle grandi multinazionali. Il mostro aziendalese ha caratteristiche chiare ma ancora poco evidenti, soprattutto agli occhi di coloro che lo usano abitualmente.

Questo recente fenomeno intende promuovere un’idea di dinamismo, di familiarità fra manager e dipendenti e fra azienda ed esterni, oltre ad una manifestazione di competenza poco giustificata; la sua tecnicità non è motivata infatti da esigenze di precisione, ma dal bisogno di un codice condiviso che caratterizzi chi ne fa parte e ne dimostri l’aderenza ed il successo. Per fare qualche esempio, la lingua dell’azienda rende più difficile ciò che si potrebbe esprimere semplicemente: “inizializzare” invece di cominciare, “ottimizzare” e “supervisionare” al posto di: eseguire, fare. Proprio come il suo antecedente, troviamo un largo utilizzo delle perifrasi, il rifiuto della sinonimia e la tendenza all’astrattizzazione. Caratteristica forse più evidente è il larghissimo uso di termini inglesi, ma se questi sono usati nella loro lingua madre per promuovere un linguaggio “friendly”, e quindi semplice, qui tendono ad essere usati in modo impreciso.

È un vizio simile alla lingua che l’ha preceduta questa pericolosa oscurità – inteso come allontanamento dai significati più chiari, dalle parole in quanto tali ed esistenti in Italiano – ed una diffusa inconsapevolezza di quanto ci sia di corretto o di sbagliato: la cosa fondamentale sembrerebbe aderire e rispondere ad un codice se non necessario, almeno previsto.  Se la nostra lingua non è in pericolo, è quantomeno vero che essa muta e si piega dinnanzi ai modelli di successo che ciclicamente ci sovrastano. Ma comunicare è comunque e prima di tutto raggiungere l’altro e farsi raggiungere: dov’è il parlar chiaro?

Valentina Villani

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