Libri in valigia: “Don Camillo”, racconti di un’Italia passata

Specialmente in questi ultimi mesi, può capitare a una fetta di italiani di provare nostalgia per un’Italia che non percepiamo più: buona, semplice, un po’ ingenua, dominata sì da contrasti, ma giustificati dalla volontà rendere il nostro paese un posto più equo e più bello, un piccolo Paradiso in terra.

Perché allora non riprendere in mano il vecchio Don Camillo. Mondo Piccolo? Questo libro è ormai un classico della letteratura italiana, con tanto di fortunatissimi film e sequel, tradotto in molte lingue; probabilmente ripeteremo cose che già sapete, ma diamo un’occhiata ad autore, trama e personaggi.

L’autore è il giornalista Giovannino Guareschi, Don Camillo è l’opera prima del suo ciclo Mondo Piccolo, la cui prima pubblicazione risale alla bellezza del 1948. L’ambientazione è quella di un paesello della Bassa (padana), “quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino”, “i campi di ondeggianti messi, listati per tutto da filari di viti sposate agli oppii, coronati da prode di ben chiomati gelsi… Frumento, granoturco, uve in copia, bachi da seta, canape, trifoglio, sono i principali prodotti”; gli anni sono quelli del 1946-1947.

Don Camillo è un parroco che poco ha a che vedere con la normale figura di “parroco”: sebbene sia interiormente e totalmente devoto alla propria missione spirituale – basti pensare che dialoga con “il Cristo dell’altar maggiore”, che gli dà consigli e spesso lo rimprovera per la sua condotta, e delle volte parla anche con una Madonnina – cede molto di frequente alle passioni politiche e alla violenza. E questo è facile perché don Camillo possiede una straordinaria forza fisica.

Don Camillo prese la via del ritorno e, quando fu arrivato sul sagrato e si volse perché il Cristo desse l’ultima benedizione al fiume lontano, si trovò davanti: il cagnetto, Peppone, gli uomini di Peppone e tutti gli abitanti del paese. Il farmacista compreso che era ateo ma che, perbacco, un prete come don Camillo che riuscisse a rendere simpatico il Padreterno, non lo aveva mai trovato!

Gli acerrimi nemici di don Camillo sono i rossi, ossia i comunisti che hanno vinto le elezioni comunali e che minacciano la rivoluzione proletaria.

Peppone è il co-protagonista dei racconti: il sindaco della cittadina, un grosso e rossissimo ex partigiano, che comanda i propri uomini della giunta nella stessa maniera in cui li comandava in montagna (lo Smilzo recapita i messaggi, il Brusco gli fa da braccio destro, e via dicendo).

Le vicende hanno ad oggetto la continua sfida tra don Camillo e Peppone, che a volte finisce in dispetti reciproci, altre volte in legnate, senza però che venga perso il rispetto reciproco né una (mai ammessa e ben nascosta) amicizia. I primi racconti del libro, divisi in brevi capitoli autoconclusivi, ci fanno ridere di gusto e rivivere l’ambiente di quell’Italia più semplice. Ma a differenza di quello che molti pensano, Don Camillo non è solo risata: procedendo con la lettura, vengono a galla temi che invitano alla riflessione, e altri addirittura cupi, che colpiscono il lettore come un vento gelido per via della loro inaspettatezza, sono i temi della paura e dell’odio.

“Mi pare di essere in mezzo al deserto” confidò al Cristo. “E non cambia niente anche quando ho intorno cento persone, perché essi sono lì, a mezzo metro da me, ma fra me e loro c’è un cristallo spesso mezzo metro. Sento le loro voci, ma è come se venissero da un altro mondo.”

“E’ la paura” rispose il Cristo. “Essi hanno paura di te.”

“Di me?”

“Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità, ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito in modo tale che essi ora debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te.”

Infatti, sebbene la parola “guerra” compaia pochissimo nel romanzo, siamo nel ’46-’47: una durissima guerra civile era appena terminata, assieme a un lungo regime oppressivo. Così come dopo una malattia occorre tempo per riprendersi, ciò che vediamo rimasto addosso ai personaggi è una pulsione verso la violenza, un sospetto generale che si trasforma facilmente in paura, la sensazione che stia sempre per capitare qualcosa di tremendo che sovverte l’ordine delle cose.

Anche per comprendere queste sensazioni sgradevoli dell’immediato dopoguerra, forse, farebbe bene leggere Don Camillo nel 2018.

Silvia Gemme

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