Zero K – Don Delillo

“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”.

È questo l’enigmatico incipit di Zero K dell’americano Don Delillo. Ross Lockart è un uomo forgiato dai soldi, un “self made man”. Si era fatto un nome analizzando il profit impact dei disastri naturali, aiutando le aziende a trarre profitto dai cataclismi. La sua seconda moglie, la giovane archeologa Artis Matineau, è affetta da una invalidante e inarrestabile sclerosi multipla. Ross è anche tra i finanziatori di Convergence, un’azienda tecnologica futuristica che in un luogo segreto e inaccessibile del Kazakistan sperimenta la criogenesi, un’applicazione medica avveniristica che consente il congelamento dei corpi e delle coscienze fino a quando la medicina sarà in grado di guarire ogni malattia.

Zero K, infatti, è lo zero assoluto, l’unita di misurazione della temperatura che corrisponde a meno 273,15 gradi Celsius. K sta per Kelvin, il fisico che l’ha teorizzata. La criogenesi è l’ultima speranza che Artis ha per sopravvivere, almeno in un lontano futuro. Ross decide di seguire la moglie in questa esperienza fantascientifica e dall’esito incerto. Una scelta d’amore coraggiosa, ma che rappresenta anche l’opportunità per appagare il più folle dei desideri: possedere la morte.
Entrare in criogenesi, praticamente morire, per poi risvegliarsi. Ross, decide di convocare suo figlio Jeffrey in Kazakistan per un improbabile arrivederci e per riconciliarsi con lui dopo il divorzio da sua madre. Jeffrey tenta invano di dissuaderlo, scettico su questa sfida alla natura. Nel frattempo, il giovane si aggirerà spaesato per Convergence, tra corridoi labirintici e silenziosi di un non-luogo isolato e angosciante, dove si costruisce una nuova idea di futuro. Porte chiuse, stanze senza finestre e maxischermi alle pareti con immagini orripilanti, manichini senza arti né volti, catacombe per simulacri umani.

Jeffrey incontrerà avvenenti scienziate, monaci e professori intenti a ragionare sulle facoltà cognitive e linguistiche degli umani risvegliati dopo secoli di criogenesi: “Cosa penseranno? Come si esprimeranno?”. Il linguaggio, le parole sono le vere protagoniste del romanzo. Lente, disadorne, gelide come l’ambientazione.
Zero K è una produzione originale del postmodernismo, un po’ filosofico e fantascientifico. L’ispiratore dell’opera potrebbe essere Ludwig Wittgenstein, con l’asetticità del suo Trattato. Un’opera ambiziosa, cadaverica, che difficilmente si dimentica.

Davide Cavaliere

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