Sylvia Plath, poesia e psicosi

Sylvia Plath è stata un’autrice statunitense, famosa non solo per i suoi incredibili scritti, ma anche per le controversie che hanno caratterizzato la sua vita privata. Nata a Boston nel 1932, la scrittrice mostra interesse per la poesia fin dalla tenera età, anche se inizialmente ha riscosso un successo solo marginale.

La vita di Sylvia è sempre stata tormentata dalla malattia, manifestata sotto forma di depressione nell’età dell’adolescenza, e poi di psicosi in età adulta. Le venne infatti diagnosticato il disturbo bipolare. La sua instabilità mentale viene presentata dall’autrice stessa nel romanzo semi autobiografico ”La campana di vetro”, attraverso la storia di Esther Greenwood. Il racconto scava nel profondo di un animo tormentato, che non riesce a trovare la propria dimensione nel mondo. Esther, dopo un soggiorno a New York per uno stage editoriale, ritorna alla sua quotidianità senza riuscire a ritrovare se stessa e a riconoscersi. Lo stato d’animo del personaggio, e molto probabilmente dall’autrice stessa, viene rappresentato in maniera esemplare con la celebre immagine dell’albero di fichi. Ogni fico rappresenta un possibile io futuro, che , se non colto, matura e si stacca dall’albero.

”Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

L’immagine descritta dalla Plath esprime con estrema delicatezza ed efficacia uno stato d’animo caratteristico dell’età adolescenziale, il momento in cui il giovane deve buttarsi nella vita, e il punto in cui si prende propriamente coscienza della finitezza della vita, di come ogni strada scelta ne deve obbligatoriamente escludere un’altra.

Purtroppo questo groviglio esistenziale non troverà mai soluzione nell’animo della poetessa, che conviverà con questo malessere per tutta la sua vita, in maniera particolarmente visibile nei lancinanti gridi di aiuto che si trovano nelle sue poesie. La sua campana di vetro, metafora da lei utilizzata per esprimere la depressione e il tormento, le pesava addosso come un’enorme pietra. E anche quando sembrava vedere la luce alla fine del tunnel, questa le ripiombava addosso ogni volta.

La salute mentale di Sylvia fu ulteriormente minata dalla relazione con Ted Hughes. Anche lui scrittore, il loro amore è passato alla storia come uno dei più autodistruttivi del panorama letterario del ‘900. Egli stesso dichiara:

“Il matrimonio di due persone come noi, così clamorosamente sottomesse ad abissali anormalità psichiche, ci ha portati a vivere in un modo in cui il nostro normale stato mentale era follia”

Un amore ossessivo e una psiche instabile hanno portato la Plath a togliersi la vita a soli 31 anni. La poetessa ha sigillato porte e finestre della sua abitazione, preparato la merenda per i suoi bambini e ha poi inserito la testa nel forno a gas. La sua morte ha suscitato molto scalpore, anche perché è stato ritrovato un biglietto riportante la frase ” Per favore chiamate il dottor..”, facendo sorgere il dubbio che il suo gesto fosse una richiesta d’aiuto piuttosto che un vero e proprio salto verso la morte. Prima di lasciarci, l’autrice non ha mancato di regalarci ancora un po’ della sua magia, con la poesia ”Orlo”, scritta poco prima della sua morte.

”La donna è la perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.”

Emma Battaglia

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