A cento anni dalla fine

Alle ore tre pomeridiane del 4 Novembre 1918, a trentasei ore esatte dalla firma dell’armistizio di Villa Giusti ,i cannoni, i fucili e le mitragliatrici tacciono su tutto il fronte italiano. La battaglia di Vittorio Veneto è stata vinta dal Regio Esercito Italiano. Celebri saranno le parole del comandante supremo delle Forze Armate, il generale Armando Diaz, nel bollettino della vittoria: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza».

Cento anni dopo quella vittoria, l’Italia come affronta e come dovrebbe affrontare la memoria di quell’evento? A rispondere a questa domanda, ci aiuta il libro del giornalista Stelio Fergola intitolato: «Riprendersi la Vittoria – Perché gli italiani non devono dimenticare la Grande Guerra», edito dalla casa editrice Passaggio al Bosco. Sulla scia di alcuni storici, l’autore ci presenta la Grande Guerra per quello che fu nella sostanza: un evento cruciale della storia d’Italia, che avrà un impatto non indifferente sulle vicende politiche dei decenni successivi.

A partire dal secondo dopoguerra, però, il 4 Novembre è diventato la generica «festa delle Forze Armate» sminuendone il profondo significato storico. La Prima Guerra Mondiale fece gli italiani, uomini di diversa estrazione regionale e sociale si trovarono a vivere e a morire insieme, nelle stesse pessime condizioni e per il medesimo obiettivo. La minaccia del nemico rafforzò la coesione e il senso d’appartenenza, coesione che proseguì anche dopo la guerra e si inverò nelle numerose associazioni di reduci. Ovviamente, vi furono momenti di sbandamento e numerose diserzioni, ma la maggioranza dei soldati rimase fedele al proprio dovere. La guerra del 15-18 fu una vera fucina di eroi, a cui sono intitolate migliaia di vie, quali Toti, Sauro, Battisti, che per la maggior parte dei nostri contemporanei sono nomi sconosciuti. Gli eventi di quel bellicoso inizio secolo sono stati riletti, a partire dal ’68, alla luce della narrativa libertaria e antimilitarista, che hanno ridotto quella guerra ad una mera macelleria di uomini. L’autore, conscio della tragicità di ogni guerra, documenta con precisione come, al netto degli inevitabili errori ed orrori tipici di ogni conflitto, il sacrificio dei fanti italiani fu determinante tanto per l’indipendenza italiana quanto per le sorti geopolitiche dell’intero continente. La Grande Guerra ha completato il Risorgimento, riportando nel seno della madre patria le terre irredente, soprattutto Trento e Trieste e ha scompaginato gli assetti statuali e nazionali del vecchio continente. La storiografia più antimilitarista ha denunciato il patriottismo e la memoria dei caduti come foriera di impulsi guerrafondai, eppure non tutte le posizioni interventiste furono mosse da ideali imperialisti, vi fu un interventismo democratico che voleva abbattete definitivamente gli Imperi Centrali, autocratici e reazionari, residui del passato ottocentesco. Molti intellettuali e ufficiali d’estrazione borghese erano animati da genuini sentimenti di libertà e amor di patria, non liquidabili come fanatismo nazionalista. Fergola riesce a produrre un ritratto equilibrato di quel conflitto, si confronta con la sua eredità e lo fa senza esaltare la guerra come un novello Marinetti e neppure la denigra come un figlio dei fiori degli anni Sessanta. Una lettura doverosa da fare, innanzitutto, come italiani.

Davide Cavaliere

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