Nuova Via della Seta: opportunità o rischio?

La Repubblica Popolare Cinese sta lavorando ormai da anni a un progetto grandioso, che vuole unire economicamente Asia, Africa ed Europa: la Road and Belt Initiative, anche nota come Nuova Via della Seta, come l’antica strada commerciale che univa il vecchio continente all’estremo oriente.
La Cina vuole impiegare nel progetto ben 100 miliardi di dollari, che andranno principalmente in infrastrutture; la Via sarà in realtà doppia, una per terra e una per mare, e unirà 65 paesi in Asia, Africa e Europa. Comprenderà in totale 1/3 del PIL globale e soprattutto 3/4 delle risorse del pianeta; la Via infatti passerà per il Medio Oriente, con paesi primi produttori al mondo di petrolio, ma anche per alcuni stati africani, da sempre fonte inesauribile di materie prime.

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Nel continente africano, inoltre, dal primo decennio del 2000 è in corso un grande investimento da parte della Cina, che in 10 anni ha speso circa 120 miliardi di dollari in strade, aeroporti, ferrovie e scuole dove viene insegnato anche il cinese. Basti pensare che è in progetto un grande piano di adeguamento delle linee aeree, per fare in modo che tutte le capitali degli stati africani siano connesse.
Ovviamente dietro all’interesse cinese verso l’Africa ci sono delle motivazioni economiche, ovvero il grande bisogno della tigre asiatica di materie prime, molto scarse sul suo territorio, quali petrolio, rame e uranio, presenti in grandi quantità sul continente nero.
La Cina quindi è stata più volte accusata di volere “colonizzare” l’Africa, accuse da cui si deve smarcare anche ora, riguardo alla Road and Belt Initiative, che promette nuove possibilità commerciali a paesi molto poveri o in via di sviluppo, come il Pakistan. L’Unione Europea, ad esempio, non è ancora unanime sul da farsi, e ha aperto delle trattive con Xi Jingping per fare chiarezza, perché teme appunto un’egemonia cinese mondiale e vuole giustamente difendere i propri interessi economici in gioco.
Invece l’Italia, tra le prime partner commerciali della Repubblica Popolare, si dice entusiasta del progetto, che darà nuova vita ai porti di Venezia e Genova, tanto da spingere il premier Conte a firmare di tutta fretta l’accordo con il presidente Xi Jinping, lo scorso marzo.
Gli Stati Uniti intanto, esclusi dall’accordo commerciale e, a partire dall’insediamento di Trump, apertamente ostili al paese asiatico, ostentano la loro contrarietà al progetto, parlando anch’essi di “neocolonialismo”, e temono l’assorbimento di quasi tutti i mercati globali, e una potenziale supremazia cinese.
Contrari o meno, bisogna comunque sempre ricordare che la Cina non è un paese democratico. La Cina è un paese dove sono incarcerati alcuni premi Nobel per la pace perché dichiaratamente oppositori del governo, dove è vietato ricordare e onorare le migliaia di manifestanti morti di Piazza Tien’amnen, repressi dall’esercito, e dove non esiste libertà di stampa né di pensiero. È un paese ricco, ma pieno di contraddizioni, che vuole accrescere la propria influenza sul resto del mondo, e va quindi trattato con la necessaria prudenza.

Anna Contesso

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