Politica e Pro life: il caso degli Stati Uniti

La governatrice dell’Alabama ha di recente firmato il provvedimento di legge che vieta, in modo assoluto, il ricorso all’aborto nello stesso Stato. La legge reputerà la pratica illegale anche nei casi di stupro e di incesto, e prevede che possa essere applicata esclusivamente in casi ritenuti pericolosi per la vita della madre (sebbene ci si chieda quali siano i confini di tale rischio). I medici che ne violeranno i limiti, inoltre, rischieranno una condanna sino a 99 anni di carcere.

La legge, firmata in Senato da 25 senatori repubblicani (e unicamente uomini), è dunque passata, provocando un’ondata di duro dissenso negli Stati Uniti, con echi diffusi in tutto il mondo. Una legge, secondo la governatrice Kay Ivey, che testimonierebbe la convinzione della gente dell’Alabama secondo cui «ogni vita e preziosa ed è un dono di Dio». Ma qual è il confine tra il rispetto di ogni forma di vita e la salvaguardia dei diritti umani, e delle donne in particolare? Soprattutto pare a tutti gli effetti che gli uomini al potere sfruttino a vantaggio politico una questione di secolare delicatezza e complicazione, innalzandola a mero slogan elettorale.

Il caso degli Stati Uniti ci offre l’occasione per riflettere insieme. Nel lontano 1973 una sentenza della Corte Suprema stabiliva che – nonostante ogni Stato del continente americano potesse e possa avere regole proprie, più o meno permissive – l’aborto sarebbe stato legale a livello federale (di fatto almeno fino a quando il feto non fosse in grado di vivere fuori dall’utero). Negli ultimi decenni tuttavia il diritto all’aborto ha subito svariati attacchi da parte di organizzazioni anti-abortiste, e a partire da questo stesso 2019, nel giro di pochi mesi, in singoli Stati degli Usa sono state emanate 28 leggi che ne limitano (o vietano) la pratica. Un esempio di divieto celato è offerto dal caso dell’ hearbeat bill: adottato da quindici dei ventotto Stati sopracitati, si tratta di provvedimenti che negano l’interruzione della gravidanza dopo le sei settimane; più precisamente, se il medico, tramite procedure standard, riscontra un battito cardiaco nel feto, allora dovrà necessariamente vietare il ricorso all’aborto, senza eccezione, anche nei casi di stupro o di incesto. Un provvedimento ingannevole, secondo il parere di molti ginecologi, dal momento che molte donne non sanno nemmeno di essere incinte alla sesta settimana di gravidanza (i sintomi, generalmente, si presentano intorno alla nona) e che nella pratica si traduce, dunque, in un divieto totale della procedura.

Ma per quale motivo gli Stati Uniti stanno vivendo un simile cambio di tendenza? Le cause di questa situazione vanno ricercate nel clima politico successivo all’elezione di Trump e, più precisamente, nella nuova composizione della Corte Suprema: a maggioranza conservatrice, la Corte presenta uno spiccato orientamento a destra, soprattutto dopo l’elezione, da parte di Trump, di Brett Kavanaugh e la nomina di figure conservatrici anche a livelli più bassi delle corti.
L’Iter degli oppositori all’aborto è dunque abbastanza evidente: il fine dei crescenti ostacoli all’interruzione delle gravidanze è riuscire ad avviare il contenzioso, così da arrivare alla Corte Suprema che – dopo molti anni, a causa del suo nuovo orientamento– sancirebbe la validità di provvedimenti simili. In riferimento proprio all’heartbeat bill, ad esempio, l’attivista anti-abortista Lori Viars, ha sostenuto dinnanzi al Washingotn post: «Sappiamo che le forze pro-aborto faranno causa, e questo fa parte del processo. Vogliamo che questa legge finisca alla Corte Suprema. È stata scritta con questo scopo».

Senza oltrepassare i confini dell’etica, poiché la storia ci insegna che ogni individuo ha una libertà individuale secondo la quale rapportarsi alla realtà e agire, è invece evidente come gli Stati Uniti stiano ingiustamente affrontando la questione, considerando con più attenzione non tanto un credo morale, ma i meccanismi che risiedono nei giochi politici, e ignorando l’aspetto più importante, ovvero i dati medico sanitari. Teniamo infatti presente che, secondo un articolo pubblicato il 7 marzo 2019 da Medici Senza Frontiere, il 45% degli aborti clandestini – a livello globale – è considerato non sicuro, e circa 7 milioni di donne vengono ricoverate in ospedale proprio a causa di complicazioni post aborto. È impressionante scoprire che la maggior parte di queste donne rischino la vita o disabilità permanenti, senza la possibilità inoltre di riuscire a concepire nuovamente: vi pare una soluzione pro – life?

Valentina Villani

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