Portraits – Richard Francis Burton, l’eclettismo fatto persona

La maggior parte delle donne e degli uomini che sono passati alla storia ci sono riusciti grazie a un episodio, a un ruolo ricoperto, all’eccellenza raggiunta in un certo ambito. Una minoranza delle celebrità, invece, si è destreggiata anche tra due o tre campi. Infine c’è una ristrettissima cerchia di persone che definire eclettiche sarebbe un eufemismo. Individui dotati di una natura differente: perennemente insoddisfatta, affamata, discretamente folle. Di quelle singole cose che basterebbero a rendere famosa una persona, loro ne hanno fatte di innumerevoli.

Uno di questi, senza alcun dubbio, è Sir Richard Francis Burton. Burton nacque in Inghilterra nel 1821 e prima di morire a Trieste nel 1890 esercitò una certa varietà di professioni, tra le quali quelle di militare, linguista, esploratore, spia, poeta, diplomatico, cartografo, orientalista, arabista ed etnologo. Nel tempo libero: spadaccino, sessuologo, falconiere, polemista.

Nato da un militare britannico di estrazione irlandese e un’ereditiera dell’Hertfordshire, insieme alla sua famiglia passò infanzia e adolescenza girando spesso per il continente: soggiornò in Inghilterra, Francia e Italia, circostanza che gli permise di cominciare a imparare alcuni (inglese, francese, italiano, latino, dialetto napoletano) dei numerosi idiomi che finirono nel suo bagaglio nel corso della sua vita. Compiuti diciannove anni decise di immatricolarsi al prestigioso Trinity College dell’Università di Oxford, dove in breve tempo, nonostante le sue indubbie doti intellettive e culturali, riuscì a farsi odiare sia dai professori che dagli altri studenti. Nei suoi anni all’Università ebbe modo di farsi conoscere per la sua brillantezza e per la sua indole veemente: si dice, tra le altre cose, che sfidò a duello un collega di studio che aveva osato deriderlo per via dei suoi lunghi baffi e che quello non fu un caso isolato. Nel frattempo, comunque, Burton continuò a coltivare nuove passioni, tra cui la falconeria, la scherma e la lingua araba. Nonostante le continue polemiche e le numerose distrazioni, la sua carriera accademica procedeva e il suo nome cominciò a circolare negli ambienti culturali britannici. Durante il suo terzo anno, tuttavia, Burton si recò a una gara ippica – consapevole di star contravvenendo alle regole del College – sperando forse di cavarsela con una sospensione, ossia la punizione solitamente riservata agli studenti normali che si recavano a questo tipo di eventi, ma dal momento che la facoltà gli era avversa, egli fu espulso per sempre dall’Università di Oxford.

Alla ricerca di un espediente che gli permettesse di lavorare e di approfondire sul campo la sua sempre crescente passione per le culture e le lingue orientali, Burton trovò l’occasione perfetta nell’arruolamento nell’esercito della Compagnia delle Indie Orientali. Perfetta si fa per dire, perché il lavoro era molto rischioso e – secondo le parole di Burton stesso – era comodo “solamente per farsi sparare addosso per sei penny al giorno”. Entrato nei ranghi nel 1842, suo malgrado finì l’addestramento troppo tardi per combattere nella Prima Guerra anglo-afghana (il che gli dispiacque sinceramente), trovando quindi il suo primo collocamento nello Stato indiano del Gujarat. Sul campo di battaglia, ci racconta il biografo ottocentesco Thomas Wright, si guadagnò il soprannome Ruffian Dick (Stro*zo facinoroso, violento), “per la ferocia demoniaca con cui combatteva e per essersi battuto in uno contro uno contro più nemici di qualunque altro uomo del suo tempo”. Il suo interesse principale, tuttavia, non era certo la guerra. Durante la sua permanenza in India si gettò a capofitto nello studio della realtà locale, apprendendo il persiano, la lingua del posto (il gujarati) e quella di altri Stati indiani, tra cui il sindhi, il saraiki, il punjabi, l’indostano e il marathi. Questi suoi interessi, le frequentazioni, le lezioni di cultura indiana da lui frequentate e tutte le altre insolite abitudini non potevano certo essere ben viste dai suoi commilitoni, al punto che anche qui Burton si ritrovò emarginato. Era, in particolare, bersagliato dalle accuse di star diventando un indigeno. Queste ingiurie sono ben riassunte nell’infelice soprannome che gli venne affibbiato: Ne*ro Bianco. Va da sé che egli, orgoglioso e sanguigno di natura, non si lasciava certo beffeggiare impunemente, finendo spesso coinvolto in risse e litigi. Lungi dal farsi frenare da tali bassezze, durante i nove anni passati in divisa Burton continuò ad accrescere il suo bagaglio culturale ed empirico, attraverso lo studio e alcuni diletti pseudoscientifici quantomeno bizzarri, tra i quali spicca l’allevamento di alcune scimmie allo scopo di imparare il loro linguaggio.

Burton camuffato da pellegrino musulmano.

In quegli anni Burton stava già gettando le basi del suo grande progetto: il pellegrinaggio alla Mecca. Faceva tesoro di ogni tipo di informazione sui musulmani del posto, non solo per via del suo interesse accademico, ma anche perché già programmava di camuffarsi da musulmano per poter prendere parte a quel rito (permesso solo ai fedeli). Finalmente, nel 1853 la Royal Geographical Society approvò il suo piano di esplorazione dell’area e la Compagnia delle Indie gli concesse il congedo temporaneo dall’Esercito. Allora Burton aveva 32 anni, cinque libri e numerosi articoli pubblicati alle spalle. Sapeva che agli infedeli non è permesso prendere parte all’Haiji (il pellegrinaggio annuale alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam), sapeva che non sarebbe stato il primo occidentale non musulmano a prenderne parte (il bolognese Ludovico di Varthema ci era riuscito 300 anni prima) e sapeva che se fosse stato scoperto sarebbe quasi sicuramente morto. Burton riuscì a completare il pellegrinaggio, a tornare e a pubblicare il più importante e accurato resoconto dell’esperienza che fosse mai stato scritto fino ad allora. Nonostante tutte le precauzioni (si era anche circonciso per mimetizzarsi ai fedeli) e tutta la preparazione linguistico-culturale, la pelle la rischiò eccome. C’è un episodio in particolare in cui Burton se la vide davvero brutta: venne sorpreso da un pellegrino mentre urinava in piedi, come d’uso tra gli uomini occidentali, e non accovacciato (come la tradizione islamica raccomanda di fare). Per tutta la sua vita venne perseguitato dall’accusa di aver ucciso l’uomo che l’aveva colto sul fatto per evitare che potesse riferirlo; alcuni, poi, hanno detto che egli stesso aveva spesso – in circostanze ufficiose – confessato l’assassinio. 

Fu così che Burton raggiunse la fama. Quando tornò al lavoro per la Compagnia, fu rimosso dall’esercito e assegnato al dipartimento politico. Appena possibile si recò ad Aden, nell’attuale Yemen, per intraprendere da lì un viaggio verso l’entroterra somalo e oltre. Sebbene ad Aden avesse già conosciuto quello che sarebbe diventato il suo più celebre compagno di esplorazioni – il tenente John Hanning Speke – intraprese da solo la prima parte della missione. Nel 1854 si travestì da mercante arabo e si fece ospitare dal governatore di Zeila in attesa del via libera per visitare la città proibita di Harar, nell’attuale Etiopia: alla fine il nulla osta arrivò e Burton divenne il primo europeo nella storia a visitare una delle città sacre dell’Islam. 

Burton camuffato da arabo.

Dopo un viaggio di ritorno a dir poco travagliato, Burton si riunì a Speke e altri due tenenti (Herne e Stroyan) e con loro si recò in Somalia. La spedizione, tuttavia, ebbe una brusca e rapida fine: una volta accampatisi nelle vicinanze della città di Berbera, Burton e compagni furono attaccati da circa duecento guerrieri del clan Isaaq. Stroyan venne ucciso, Speke venne ferito e catturato prima di riuscire a fuggire e Burton venne trafitto da un giavellotto che gli trapassò la bocca da guancia a guancia. La missione fu dismessa e venne aperta un’indagine. 

Burton non dovette rimanere più di tanto scosso da questo violento episodio, dal momento che decise di unirsi nuovamente all’esercito per prestare servizio attivo nella Guerra di Crimea. La violenza non gli mancò di certo neanche lì, anche perché combatté in un corpo di Bashi bazouk, soldati irregolari locali ben poco inclini a prendere ordini e ben più predisposti al saccheggio, il cui nome significa “Teste matte, senza capi”. Poco sorprendentemente, il corpo fu sciolto per ammutinamento. 

Burton tornò a dedicarsi all’esplorazione già dall’anno successivo, quando la Royal Geographical Society decise di finanziare una spedizione in Africa, il cui obiettivo ufficiale era trovare quel famoso “mare nell’entroterra” di cui diversi mercanti e schiavisti avevano parlato. Il vero obiettivo, tuttavia, era un altro: trovare la sorgente del Nilo. A Burton, tuttavia, fu consigliato di non rendere pubblico il vero scopo, perché se non fossero riusciti a raggiungerlo anche la portata di tutte le altre eventuali scoperte sarebbe stata sminuita e la missione considerata un fallimento. La spedizione cominciò e, anche grazie all’aiuto di arabi omani con una certa conoscenza di quelle zone e dei percorsi, procedette agilmente. Ben presto, però, la truppa fu colpita da svariate malattie tropicali. Burton non fu in grado di camminare per un pezzo e Speke perse temporaneamente vista. Tale indisposizione non permise a quest’ultimo di vedere coi suoi occhi il Lago Tanganica quando vi giunsero nel 1858. Fu proprio questa spedizione, infatti, a far scoprire per la prima volta agli europei il sesto lago più grande del mondo e il secondo più vasto del continente.

A quel punto, però, la comitiva cadeva a pezzi: buona parte dell’equipaggiamento era stato rubato, perduto o rovinato irrimediabilmente e diversi malanni continuavano a martoriare gli esploratori. Burton, in particolare, fu colpito da morbi troppo gravosi e dovette abbandonare la missione. Speke continuò senza di lui e arrivò a scoprire qualcosa di ancora più sensazionale. Un lago ancora più vasto, il più vasto dell’Africa, a tal punto da essere erroneamente ritenuto da molti uomini del tempo un mare nell’entroterra: il celebre Lago Vittoria. Per via delle sventure non poté condurre nella zona tutte le misurazioni e analisi che avrebbe voluto, ma la scoperta fu comunque sensazionale ed egli ne guadagnò grande fama e, probabilmente, una certa invidia e antipatia da parte di Burton. I due, infatti, tornarono in patria in condizioni di salute a dir poco critiche, ma ancora prima di rimettersi completamente cominciarono una polemica che si sarebbe protratta per anni (il cui principale argomentato era l’errata convinzione di Speke che il Lago Vittoria fosse la sorgente del Nilo), precisamente fino alla misteriosa morte violenta di Speke. 

Così terminarono le grandi esplorazioni di Burton, per le quali nel 1886 verrà premiato dalla regina Vittoria con il titolo di Cavaliere Commendatore dell’Ordine di san Michele e san Giorgio, guadagnandosi l’appellativo Sir.  Cominciò per lui un periodo con meno eventi eclatanti, ma in compenso molti incarichi diplomatici e altrettanti viaggi in giro per il mondo – Guinea Equatoriale, Brasile, Paraguay, Congo, Siria, Italia e via discorrendo – che diedero a Burton la possibilità di fare ciò che preferiva: esplorare, scrivere, rischiare la vita. Non essendoci qui lo spazio per raccontare di tutte le polemiche, le avventure, i lavori e le vicissitudini, ci limiteremo ad accennare a tre grandi opere da lui redatte, che spiccano tra l’immensa mole di scritti.

La più considerevole, forse, è la sua traduzione di uno dei più importanti libri dell’umanità: Le mille e una notte. Fu uno dei primissimi traduttori del capolavoro arabico e la sua versione rimase per lungo tempo la migliore: questa edizione, infatti, è ricca di note, commenti e chiarimenti – prodotti dalla sua conoscenza accurata dell’arabo (e delle sue variazioni dialettali) e della sua dimestichezza con la cultura orientale e le sue mille sfaccettature – che la rendono eccezionalmente ricca e più facilmente comprensibile per il lettore occidentale. Una sua seconda fatica notevolissima è la prima traduzione in assoluto in una lingua occidentale di un’altra opera di respiro universale: il Kāma Sūtra, il celebre manuale indiano del piacere, un libro scandaloso che solo lui – al tempo – aveva la cultura, la sfrontatezza e il coraggio di tradurre (addirittura creò un finto circolo culturale per ottenere il permesso di stamparlo, giurando che l’avrebbe diffuso solo tra i membri, promessa che ovviamente non mantenne, rischiando parecchio).

La terza, invece, è The Kasidah, un lungo poema che consiste in una sorta di autobiografia spirituale e di riflessione sui limiti della ragione, dell’egoismo e delle religioni, con l’obiettivo finale di indagare sul compimento del destino individuale degli uomini; è interessante il fatto che Burton, chissà perché, decise di falsare doppiamente questa sua opera, fingendo che fosse una traduzione da una classica opera orientale – inesistente – e firmando questa pseudotraduzione con un falso nome (Frank Baker). Ci sarebbe poi quella che la moglie di Burton definì “la sua magnum opus” (ossia la sua più grande opera): una nuova traduzione de Il giardino profumato delle delizie sensuali, il manuale arabo del sesso, che stavolta avrebbe incluso anche il proibitissimo capitolo finale sulla pederastia, l’ennesimo e ultimo grande gesto di disobbedienza di Burton contro la società vittoriana. Tale opera, però, non vide mai la luce, perché Isabel, la moglie, le diede fuoco insieme ad altri numerosi scritti del marito. 

Filippo Minonzio

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