Nolite te bastardes carborundorum: Margaret Atwood, i suoi romanzi e le sue donne.

Scrittrice canadese nata nel 1939, Margaret Atwood si presenta all’osservatore come una donna dall’aspetto singolare: folti e ricci capelli grigi, occhi azzurri artefici di un ironico sguardo pungente ed infine un ghigno, ad animarne le labbra sottili.

atwood(Sopra: Margaret Atwood, ritratta in occasione di una delle sue più recenti interviste). 

Se a questa superficiale descrizione qualcuno assocerebbe l’immagine popolare di una strega, tutti i torti non li avrebbe: Margaret un’antenata accusata di magia nera l’ha avuta veramente. Era sua nonna, si chiamava Mary Webster e, condannata all’impiccagione, ne uscì (quasi per magia?) viva. I suoi racconti, anzi, ispirarono la fervida immaginazione della nipote che, cresciuta nei boschi del Québec ed educata in casa sino agli 11 anni, si formò anche tramite la lettura di racconti popolari canadesi, e sulle fiabe dei fratelli Grimm.

Questi dunque i presupposti primordiali che, nonostante la successiva formazione e l’esperienza di vita, non si sono mai svincolati del tutto dalla visione della realtà dell’autrice, almeno quella descritta nelle sue opere. Per esempio a chi le ha apertamente detto di ricordare una strega, Margaret ha risposto che il problema in verità non si pone, poiché «la paura ispira molto più rispetto dell’ammirazione». Quest’affermazione è, in particolare, emblematica, e sembrerebbe racchiudere molto dei mondi narrativi presentati dalla Atwood, soprattutto se ci si sofferma sui personaggi prevalentemente femminili protagonisti dei suoi scritti.

Margaret (che ha di recente pubblicato il suo ultimo romanzo: I testamenti) negli ultimi anni sta conoscendo una nuova notorietà, dovuta alla trasposizione di due dei suoi romanzi in serie tv di enorme successo. Parliamo di Alias Grace (L’altra Grace, trasmessa da Netflix a livello internazionale) e di The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella). In entrambi i casi le protagoniste sono donne i cui diritti vengono negati dalla realtà sociale nella quale vivono, realistica o distopica che sia. La Atwood ne esplora, oltre al dolore e alla sofferenza, anche l’istinto di sopravvivenza, e i meccanismi psicologici impliciti in esso.

Alias Grace si ispira a fatti realmente accaduti, e vede come protagonista la domestica Grace Marks, che nel 1843 fu arrestata per l’omicidio del suo datore di lavoro e condannata al carcere a vita, sebbene le prove a suo carico fossero per lo più circostanziali. In una ricostruzione narrativa condotta in prima persona che dovrebbe condurre il medico dell’imputata a scoprire i reali fatti avvenuti nel giorno dell’omicidio, Grace unisce ricordi passati con una presunta amnesia riguardante l’incidente, rendendone impossibile –soprattutto per le conoscenze del tempo in campo psichiatrico– la comprensione. alias-grace-3-1000x563(L’immagine è tratta dalla serie tv Alias Grace, basata sull’omonimo romanzo di M. Atwood del 1996)

Il racconto dell’Ancella, 1985, è invece un romanzo distopico ambientato in un futuro prossimo. Il governo degli Stati Uniti è stato rovesciato da una regime totalitario teocratico (la Repubblica di Galaad), nella quale le donne vivono, a diversi livelli, uno stato di sottomissione. Agli strati inferiori di questa piramide sociale troviamo le ancelle, le uniche donne ad aver mantenuto a livello fisiologico la possibilità di procreare. Queste, dopo essere state addestrate all’unico scopo riproduttivo, diventano di proprietà delle famiglie altolocate e vengono costrette ad accoppiarsi con i padroni. Sono le mogli sterili di questi ultimi a sovraintendere al rapporto sessuale. Le mogli infatti ricoprono soltanto un altro esempio di sottomissione femminile, insieme – per concludere – alle marte (le domestiche) e alle zie (le istitutrici).

90.jpg(L’immagine è tratta dalla serie tv The Handmaid’s Tale, ispirata all’omonimo romanzo di M. Atwood del 1985). 

Ne emerge un quadro distopico, crudo e a tratti folle, nel quale l’autrice non sperimenta soltanto le possibili forme della sottomissione di genere, ma anche i potenziali modi per sopravvivere e, quando consentito, uscirne.

La protagonista per esempio, il cui nome all’interno del regime è DiFredd (ovvero il nome del padrone, preceduto dalla preposizione di), si impone di ricordare ogni attimo della sua vita precedente al colpo di stato, portando avanti una sua personale resistenza psicologica. Niente a che vedere con l’ancella che abitava la camera prima di lei, la quale si uccise non prima di incidere, all’interno di un armadio, la seguente frase: «Nolite te bastardes carborundorum», ovvero: non lasciare che i bastardi ti schiaccino. Inutile dire come l’affermazione sia diventata simbolo di molte battaglie femministe, individuali e non.

Ma Margaret Atwood può essere definita una scrittrice femminista? No, lei stessa ha più volte sostenuto di essere nata troppo tardi per il primo femminismo (quello che, per intenderci, ha portato al suffragio universale) e troppo presto per vivere da giovane il secondo. La Atwood si definisce piuttosto un’attivista involontaria, poiché nei suoi romanzi ragiona sul potere, e su come questo agisca sulle persone e le modelli. A chi ha poi sostenuto che il quadro rappresentato nei suoi romanzi fosse troppo violento, l’autrice ha astutamente risposto di non aver inserito nulla che noi umani non avessimo già fatto o vissuto.

Non stregonerie o mondi fantascientifici, dunque, ma soltanto il ritratto della nostra società, del pericolo che si nasconde dietro al passato dimenticato, o nei segnali presenti che non vengono captati, considerati a sufficienza, e prevenuti.

Valentina Villani

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