Caso Blizzard: aziende occidentali e proteste a Hong Kong

Non è un segreto che il governo cinese abbia attuato delle contromisure per diminuire la visibilità delle manifestazioni ad Hong Kong, soprattutto all’estero. 
Un chiaro esempio di come il governo cinese riesca ad influenzare per i propri scopi anche grandi aziende americane è l’episodio che coinvolge Blizzard Entertainment, una casa produttrice americana di videogiochi nota fra gli appassionati per giochi online di larghissimo successo come World of Warcraft, Hearthstone e Starcraft. 

Come è risaputo ormai da tempo intorno ai videogames è nato un mercato enorme, non solo limitato al gioco in sé: infatti negli anni i giochi online si sono affermate come vere e proprie competizioni sportive, chiamate eSport, con sponsor, campionati o tornei seguiti in tutto il mondo in diretta streaming con vincite in denaro fino milioni di euro. 

L’episodio che ha fatto scalpore è avvenuto durante la diretta streaming del torneo dell’area Asiatica di Hearthstone, gioco di carte online della Blizzard. Il giocatore Chung Ng Wai chiamato “Blitzchung” in gioco, originario di Hong Kong, intervistato come vincitore del torneo in categoria Grandmasters, all’ultima domanda dei cronisti ha pronunciato la frase: “Liberate Hong Kong, la rivoluzione della nostra era” indossando una maschera antigas, simbolo delle rivolte. 
Immediatamente la trasmissione è stata interrotta e successivamente la Blizzard ha sospeso i due conduttori della diretta e il giocatore, privando quest’ultimo del premio in denaro per il torneo e escludendolo dalle competizioni “eSportive”, condotte dall’azienda, per un anno. La casa produttrice ha attuato queste disposizioni appellandosi all’infrazione del regolamento che vieta di compiere atti che, a discrezione della Blizzard stessa, danneggino l’immagine pubblica della compagnia o offendano una porzione di pubblico. 

In sostegno al pro-player si sono fatti avanti molti giocatori di tutto il mondo accusando l’azienda di limitare la libertà d’espressione pur di non compromettere i rapporti con i finanziatori cinesi poiché il mercato asiatico è uno dei più redditizi per l’azienda. 
È interessante come abbia reagito la community: molti utenti hanno cancellato i loro account e sono iniziate a circolare immagini di protesta che ritraggono Mei, un personaggio cinese del gioco Overwatch, con indosso i simboli della protesta di Hong Kong come mascherine antigas, ombrelli e la bandiera della città. Questo con lo scopo di creare una sorta di correlazione immediata fra il personaggio e le proteste con l’intenzione di danneggiare economicamente l’azienda nel caso di una censura del gioco in Cina. 

Le aziende americane collaborano per nascondere le proteste ?
Immagini create e diffuse dai giocatori con l’intento di rendere Mei, personaggio cinese di Overwatch, simbolo delle proteste di Hong Kong

Non solo! Brian Kibler, famoso streamer e giocatore americano, ha dichiarato che non parteciperà alle finali di Hearthstone Grandmasters in segno di protesta. 

Il provvedimento nei confronti di Blitzchung, per la community, sarebbe risultato più giustificabile se le sue parole fossero state offensive nei confronti di una etnia o una nazione, ma non si può dire sia questo il caso. D’altro canto, parte delle quote della Blizzard sono in mano al colosso di tecnologia cinese Tencent ed è logico pensare che l’azienda americana non voglia creare situazioni scomode con i suoi investitori stranieri. 

In un mondo davvero globalizzato come il nostro, sempre più spesso le aziende occidentali sono costrette a confrontarsi con il mercato cinese poiché questo rappresenta una fetta troppo grossa e potenzialmente redditizia per poterlo ignorare, ma per riuscire a inserirsi in esso è comune che le aziende scendano a compromessi. Del resto la Blizzard Entertainment non è né la prima né l’ultima ad aver attuato provvedimenti che i consumatori occidentali ritengono controversi. È giusto che le aziende mettano da parte i valori considerati basilari in occidente pur di accaparrarsi il mercato asiatico? Seconda la community di Blizzard, no. 

Erika Manassero

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