ASPETTANDO IL SALONE… “lungo petalo di mare”

Nel museo della Lavazza più di 700 persone fremevano in preda all’eccitazione. L’attesa si percepiva sulla pelle. Con la sua piccola figura Isabel Allende sovrasta la folla, lo sguardo lucido; “Que emociόn!!”

(Isabel Allende alla Centrale – Nuvola Lavazza)


Fin da subito la scrittrice ammalia i suoi lettori con un’ondata di empatia. E tra amori, aneddoti spiritosi, consigli affettuosi incanta la sala.

“Anche io ero esule. Anche io vivo un’identità frammentata, che non ha radici; ma quando mi chiedono da dove vengo rispondo sempre di essere cilena, perché io mi sento cilena”; infatti la donna pur vivendo da molti anni negli Stati Uniti modula la sua voce in un dolcissimo spagnolo, che arriva dritto al cuore.

“Lungo petalo di mare” è come uno scossone che sconvolge e fa riflettere: è il 1939 quando scoppia la guerra civile in Spagna sotto la dittatura di Franco. Tantissima la gente che parte in cerca di una nuova vita. Quello che sorprende è la somiglianza con la situazione attuale. Tutto risuona come in un grande circolo, il ciclo della Storia che si ripete con abiti sempre nuovi, ma con la stessa pelle e vecchie ferite che non diventano mai cicatrici.

Nel suo romanzo la parola “rifugiati” smette di essere una categoria astratta, ricordandoci che dietro i grandi movimenti sociali ci sono le persone. Ed è proprio la letteratura che può restituire agli eventi quell’umanità che oggi sembra essere stata dimenticata.

L’Allende pennella fin nei minimi dettagli certe sensazioni come il freddo, la fame, la distanza, il terrore. Esperienze reali, vissute dal suo amico di penna Victor Pey che nel libro diventa Victor Dalmau: “Conobbi Victor quando io stessa ero esule in Venezuela; conservo questa storia da più di quarant’anni e ho deciso di raccontarla adesso perché, oggi, è più che mai urgente”.

In Cile esisteva una propaganda principalmente di destra contro i migranti. All’inizio prevaleva il timore. Ma nonostante ciò la popolazione li accolse a braccia aperte, integrandoli. I discendenti di quegli stessi rifugiati sono diventati scrittori, artisti, scienziati, professori, musicisti e l’apporto che hanno dato al Paese è immenso.

Ma perché in Cile sta accadendo tutto ciò?

Isabel riporta un contesto di forte disuguaglianza, dove solo il 10% detiene tutta la ricchezza. La rabbia vige incontrollata e sono proprio i giovani a pagarne il prezzo: “il mondo deve cambiare e ce lo stanno chiedendo in molti”.

Ma il libro parla anche di una tematica molto cara all’autrice: l’amore in tutte le sue forme e sfaccettature.

“Si sentivano così a proprio agio l’uno in presenza dell’altra, che era come stare da soli”.

È presente pure quello in compartimenti stagni: la possibilità di amare persone diverse nello stesso momento. “Ora viviamo una vita molto lunga e quindi ci possono essere molti amori; è importante che ci sia un sentimento capace di cambiare, rinascere e riformarsi”.

Quando i giovani le chiedono come ci si sente ad innamorarsi alla sua età (ha 77 anni), lei (Quasi come fossi una mummia!!) risponde che è esattamente come a 18 anni, ma con una sensazione di urgenza perché non c’è tempo per perdersi in futilità.

Quando ha conosciuto il suo attuale marito aveva 72 anni. Era da poco divorziata e prevedeva una vita tranquilla e lontana dagli uomini. Ma quando il suo vicino l’aveva sentita alla radio aveva iniziato a scriverle tutti i giorni, per cinque mesi.

Un giorno l’uomo l’aveva invitata a pranzo. Erano soltanto al primo piatto quando lei gli chiese quali fossero le sue intenzioni perché non aveva tempo da perdere. Lui si era strozzato con i ravioli. “Ho pensato che sarebbe scappato ed è rimasto”

Il consiglio che Isabel riserva a tutte le donne è la strategia di attacco assicurandone la buona riuscita.

Il titolo prende il nome dai versi di Pablo Neruda che descriveva il Cile come un lungo petalo di mare, neve e vino. Grazie a lui più di duemila rifugiati spagnoli furono portati in quella terra.

C’è un aneddoto che vede Pablo e Isabelle insieme. La scrittrice ci rivela che non è esattamente così. Una volta il poeta l’aveva invitata a pranzo; lei all’epoca era una giornalista e si riteneva la migliore di tutto il territorio cileno e per questo si convinse di doverlo intervistare. “Un’intervista? No, tu sei la peggiore giornalista che io conosca. Non sei obiettiva, ti metti al centro delle storie, le inventi. Quindi sarebbe meglio che tu ti dia alla letteratura, perché questi che sono difetti nel giornalismo potrebbero diventare pregi.”

E forse è anche grazie a Neruda se noi oggi possiamo leggere i suoi magnifici romanzi.

“Non sarebbe mai riuscito a spiegarsi per quale motivo decise di introdurre tre dita della mano destra nella spaventosa ferita, di avvolgere l’organo e di comprimerlo varie volte. (…) E allora sentì che il cuore tornava a palpitare tra le sue dita.”

-Dal libro “Lungo petalo di mare” (passo letto durante l’incontro)

Arianna Guidotto

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