Rohingya: la “minoranza più perseguitata al mondo”

L’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, parla di “corsa contro il tempo” e di “campi profughi al collasso” per descrivere la situazione dei Rohingya in Rakhine, nel Myanmar settentrionale.

I Rohingya sono una minoranza etnica di religione islamica che vive nella Birmania del Nord, al confine con il Bangladesh. Questa minoranza non fa parte delle 135 etnie riconosciute dallo Stato che hanno diritto alla cittadinanza birmana: dal 1948, anno dell’indipendenza del Myanmar, i Rohingya hanno sempre subìto discriminazioni, soprattutto a causa della loro religione, poiché il Myanmar è uno stato a maggioranza buddhista.

La situazione è peggiorata dal 2017, quando si sono intensificati i rastrellamenti da parte del governo birmano, formalmente come rappresaglia per le azioni di ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) un gruppo armato che lotta contro l’esercito birmano a sostegno della causa Rohingya.
La situazione dei Rohingya in Birmania è drammatica: si parla di limiti nella libertà di movimento, confisca delle terre, sfratto, lavoro forzato, per arrivare anche a omicidi di massa, stupri e torture. Moltissimi hanno cercato di scappare, circa 600.000 sono fuggiti nel vicino Bangladesh, dove però non hanno trovato l’accoglienza sperata: anche qui, nei campi profughi, sono costretti a subire gravi violazioni dei diritti umani e vivere in condizioni igienico-sanitarie precarie; il diritto a tornare nelle loro case, infine, non è garantito.

Nel 2017 si è cominciato a parlare di genocidio, ovvero, secondo l’ONU “un atto commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Proprio per questo motivo la situazione dei Rohingya è tornata in primo piano, quando l’11 novembre 2019, il Gambia ha presentato un’accusa contro il governo birmano alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja, sostenendo che le azioni dell’esercito erano di intento genocida e prevedevano uccisioni, violenze, arresti, torture sistematiche, e azioni atte a limitare le nascite.

Lo scorso 11 dicembre il governo birmano si è presentato alla Corte internazionale per difendersi dall’accusa. In veste di avvocato c’era Aung San Suu Kyi, consigliere di stato della Birmania nonché ministro degli esteri, da sempre attiva nella difesa dei diritti umani, soprattutto in patria, dove si era schierata in forte opposizione al regime militare del generale Saw Maung. Nel 1991 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace.
Nel processo alla Corte internazionale Aung San Suu Kyi ha difeso l’operato dell’esercito birmano contro la minoranza Rohingya sostenendo che “non ci sia alcuna prova dell’intento genocida” e che anzi parlare di genocidio sia “sbagliato e controproducente”. Proprio a causa di queste dichiarazioni, Amnesty International ha deciso di revocare il titolo di “Ambasciatore della coscienza” alla leader birmana in quanto “non rappresenta più un simbolo di coraggio, di speranza e di difesa dei diritti umani”.

Non sappiamo come si concluderà il processo che, in ogni caso, potrebbe essere una buona occasione per puntare i riflettori sulla vicenda e trovare una soluzione per il “popolo meno voluto al mondo”.

Marta Fornacini

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