Hey Democrazia, come va?

Anche quest’anno il The Economist, prestigiosa rivista di economia e politica, ha pubblicato il Democracy Index, uno studio sullo stato della democrazia nel mondo che prende in analisi 167 Paesi. L’edizione di quest’anno si apre con una nota di allarme: il valore medio globale di democratizzazione (5.44 su un totale di 10) è il più basso mai registrato dal 2006, anno in cui lo studio iniziò a pubblicarsi, ed è in continua decrescita da anni. Chiaro segnale di questa regressione sono le proteste che sono andate intensificandosi nell’ultimo decennio: da Occupy Wall Street, nel 2011, ai fatti più recenti di Hong Kong, i cittadini stanno manifestando la propria insoddisfazione verso un sistema sempre più inefficiente. Ma quali sono i motivi della crisi del sistema democratico?

Secondo lo studio condotto da The Economist, la crisi economica è uno dei fattori trainanti delle agitazioni in giro per il mondo: redditi fermi, aumento del costo della vita, aumento della disoccupazione (specialmente quella giovanile), disparità di reddito sono tra i motivi che più spesso accompagnano le proteste. Inoltre, come segnala il Wall Street Journal[1], la crisi del 2007 ha avuto un grande ruolo nell’erodere la fiducia dei cittadini sia nella capacità dei propri governi di reagire alla crisi sia nei vantaggi della globalizzazione. Tuttavia, le difficoltà economico-finanziarie sono una condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa creare una situazione di instabilità. A questa dev’essere sommata una crisi politica e istituzionale. Un dato interessante su questo fronte lo offre Il Sole 24 Ore[2] che riporta come solo la metà dei cittadini europei pensi che la democrazia nel proprio Paese stia funzionando. Questa mancanza di fiducia è legata da un lato all’idea che la politica sia diventata sempre più plutocratica e che la volontà popolare sia spesso sacrificata ai mercati, dall’altro al fatto che le democrazie più sviluppate stanno affrontando grossi problemi di governabilità. In alcuni Paesi si fa fatica a creare un governo stabile o perché il partito più grande non ha la maggioranza o perché i partiti più piccoli non riescono a formare un’alleanza (emblematico a proposito risulta il caso della Spagna). Questo rende i vari governi troppo deboli per prendere decisioni su grandi riforme. Di conseguenza, molte persone non ritengono più affidabili i propri governi, le proprie istituzioni e i propri partiti tradizionali; rivolgono quindi la propria attenzione verso i movimenti nazionalisti e populisti che si stanno diffondendo da anni nel panorama politico mondiale. Non è un caso che leader autoritari come Putin, Erdogan o Xi Jinping stiano guadagnando sempre più popolarità, anche nelle democrazie sviluppate. Questa simpatia è legata alle caratteristiche che questa regressione sta assumendo nell’ultimo periodo: una minore trasparenza nelle decisioni di governo – quindi molte problematiche di importanza nazionale vengono decise a porte chiuse – e una limitazione sempre maggiore delle libertà civili, in particolar modo della libertà di stampa e di parola.

Se il panorama generale appare tragico per la democrazia e la diffusione dei valori democratici, è anche vero che negli ultimi anni sta aumentando il numero di proteste a livello globale: Hong Kong, Iraq, Chile, Bolivia sono solo alcuni dei casi più recenti. Tutte queste manifestazioni hanno come obiettivo l’aspirazione a una democrazia migliore, i cittadini stanno reagendo ai tentativi di autoritarismo da parte dei propri governi. Sembra quindi che la partita per la democrazia sia ancora tutta da giocare.

Santiago Olarte

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